Era nato come un sito di filosofia della moda......

Era nato come un sito di filosofia della moda...... - modalogia, filosofia e moda

Ora è una presentazione di ciò che sono, che scrivo, che creo....

mi presento:

Laureata in Filosofia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano,

specializzata in Marketing della Comunicazione (Master presso L'Istituto Superiore di Comunicazione di Milano)

Insegno Filosofia e Storia presso il Liceo Federici di Trescore e

da anni mi occupo di Filosofia, sia nella ricerca che nella didattica . 

Le mie richerche occupano  i settori di:

- Filosofia della moda, coniando il neologismo modalogia e con i miei aforismi

- Filosofia per bambini con le mie favole filosofiche

- Filosofia della sport , concentrandomi sulla figura dell'atleta.

- Sull'anoressia dal punto di visto ontologico.

- metodologia clil

Offro consulenza filosofica in rete e non ( problematiche esistenziali e di immagine, cura della persona e del sè sia nell'interiore che nell'esteriore - cura dell'immagine aziendale.).

Sono socio ordinario di Confilosofare , associazione nazionale per le pratiche filosofiche.

Referente responsabile di area (Lombardia) per L'associazione Nazionale Pratiche Filosofiche.

Sono socia del Club Donne Manager e Le Amazzoni (Donne In Italia nel lavoro e nello sport)

Ho collaborato con la rivista Vivobenedonna, curando la sezione Moda e Costume 

Collaboro con la rivista Observaciones filosoficas

Collaboro con la rivista La Pianura

Collaboro con la rivista Ski&Wake

Collaboro con l'università Ca' Foscari con pubblicazioni mimesis per ibridamenti

 

Per richieste e informazioni sulla mia attività (sulle pratiche filosofiche e sulla consulenza filosofica) contattami


 

I neologismi di modalogia

in questa sezione tutti i neologismi del lessico di Modalogia, creati dall'autrice e presenti nei suoi scritti.

Filo-poesia:

Scrivere di filosofia dando un valore artistico-musicale alla parola letta e ascoltata che dondola mentre si costruisce. La parola suona. Forme di scrittura brevi ed efficaci con significati densi e carichi di senso in bello stile e in forma corta (aforismi, sms, posts)

Modalogizzare:

Ragionare sulla moda e sui suoi argomenti ontologici, problematici e artististci. Scrivere di moda con un piglio filosofico.

Modalogia:

Filosofia della moda, logos sulla moda: la moda non solo inventata ma ragionata. Costruire argomenti sulla moda, i suoi contenuti essenziali e i suoi correlati contingenti; il suo valore etico ed artistico.

Bigiotto:

un piccolo gioiello fatto con pietre naturali e materiali veri. La bigiotteria fatta a mano da modalogia; qualcosa di dolce e bello che scalda chi lo acquista.

 


Consulenza on line

clicca qui

 


 

Pubblicazioni e collaborazioni:

 

Filosofia dello sport, filosofia di vita, 2007 lulu.com

La luna sporca, 2008 lulu.com

Modalogizzare, scrivere di moda con un piglio filosofico, 2009 lulu.com

Gli aforismi di Modalogia, 2010 Ilmiolibro.it

Pietre semi-preziose, lulu 2011

Che cosa c'è che non c'è, le fiabe della filosofia2013 ilmiolibro.it

 

Traduzioni:

Dr. Adolfo Vàsquez Rocca,  La moda nella postmodernità , traduzione di Cristina Finazzi, observaciones filosoficas

Dr. Adolfo  Vàsquez Rocca, La fotografia e le forme dell'obliotraduzione di Cristina Finazzi, observaciones filosoficas

Dr. Adolfo Vàsquez Rocca , Pina Bausch, danza astratta e psicodramma analitico, traduzione di Cristina Finazzi, Heterogénesis Nº 50-51 

 

Collettivi

Dai blog ai social network. ed. Mimesis 2009

Pratiche collaborative in rete, ed. Mimesis 2008

 

Le mie favole filosofiche

Philosophy for children - filosofia per bambini

Da oggi ci dedichiamo a questa nuova branca della filosofia che, all'estero già ricca di pubblicazioni, sta prendendo piede anche sul nostro territorio ed è di "moda". per il momento Vi presento brevi racconti che son esempi di FFC (philosophy for children)

 

trovi una raccolta di favole filosofiche nel libro  che dà anche il titolo alla prima favola:

  

La luna sporcaLa luna sporca

Quando mio figlio aveva tre anni e si era innamorato della luna mi chiedeva sempre di affacciarmi con lui in braccio ad osservare la luna (segno che l'interesse per la natura da parte dell'uomo è innato - del resto anche i presocratici hanno iniziato così.).

Un giorno mi fece questa domanda (La domanda è segno di curiosità e la curiositas porta alla scoperta e a risposte sempre nuove):

- Mamma, ma perchè la luna è sporca?

Senza scomodare Galileo e il Sidereus Nuncius   e senza l'ausilio di nessun cannocchiale, io gli risposi:

- perché ha delle macchie e perchè noi la vediamo così. In realtà non è proprio come appare, innanzitutto è molto più grande ed è molto lontana, per questo noi la vediamo cosa piccina. In più cambia colore se le nuvole le passano sopra coprendola un pochino o se invece il cielo è sereno con tante stelle. (l'induzione è un modus ragionandi già presente anche nei bambini così piccoli).

Un altro giorno, nel persistere nelle nostre uscite notturne sul davanzale di casa, mi chiese:

- Perchè oggi è di là (intendendo che si era spostata) anziché di qua?

La risposta a questa domanda era per me un po' più difficile perchè Piaget ci insegna che i bambini, e l'ho potuto appurare, non conoscono il pensiero astratto e bisogna procedere per esempi concreti. Come spiegargli che la terra e la luna compiono un movimento di rotazione attorno ad un asse e questo duplice movimento ne decreta la posizione diversa dell'astro rispetto a noi?

Prima di tutto era necessario fargli capire che gli oggetti si spostano e per questo bastò giocare a nascondino con un pupazzo. Prendemmo Ronfo (il pupazzo) e io lo nascosi sotto il cuscino.

"Vedi", dissi a mio figlio, "Ronfo non c'è più; è andato da un'altra parte. Dov'è? Prova a cercarlo."

La prima reazione di mio figlio fu un pianto disperato (prevale l'emozione della perdita e poi per i piccoli arriva il ragionamento) ma poi quando si calmò con il mio aiuto iniziò a cercare e finalmente quando Ronfo apparve da sotto il cuscino, mio figlio capì che, se anche le cose si spostano (movimento di traslazione) non per questo spariscono, sono solo andate un po' più in là.

Qualche tempo dopo quando uscimmo, la luna era un pochino più in là rispetto all'ultima volta e io gli dissi che aveva fatto come Ronfo, aveva giocato a nascondino e per giocare secondo le regole si era spostata un po' più in là rispetto a dove eravamo noi e quindi per vederla anche noi dovevamo spostarci seguendo il suo movimento.

Il risultato fu che quando uscimmo le volte successive mio figlio non chiedeva più dove fosse la luna, aveva imparato a giocare a nascondino con lei (comprendendo che si spostava e adeguando il suo movimento di conseguenza   -   per fargli capire che ci spostavamo anche noi ci volle ancora qualche anno) e si divertiva un sacco!

 

Giulietta:

"Oh, non chiamare a testimonio la Luna, l’incostante Luna, che cambia ogni mese nel suo girare in cerchio, per paura che il tuo amore dimostri la stessa variabilità".

(William Shakespeare - Romeo e Giulietta, II. I. 151-3)

 

Estratto dal libro Che cosa c’è che non c’è

 

Il sole brucia ma l'acqua spegne il fuoco       

 

Talete, che era un distratto,  guardava sempre per aria, tanto che era ammaccato dappertutto dalle botte che prendeva dalla natura. Oggi era un albero con il quale si era scontrato, domani poteva essere un innocuo sasso a tagliargli la strada. Ma intanto che lui passava il tempo a guardare, imparò ad osservare molto in fondo, in profondità dove gli altri non arrivavano e cominciò a chiedersi perché noi siamo, qui, in questo mondo.

 

Osservò il meraviglioso sole ma si accorse che se questi fosse stato da solo, non avrebbe avuto nulla da riscaldare.

 

Osservò la verde terra ma si accorse che questa senza il sole, non avrebbe avuto luce e tutto sarebbe stato buio e spento come per le talpe, che infatti sono cieche.

 

Osservò laria ma capi che senza la terra da rinfrescare e il sole a cui fare il solletico, non sarebbe servita a nulla neppure lei.

 

Si era scordato di un elemento.  Eppure  non era convinto che quei tre da soli fossero completi e sufficienti,  mancavano di qualcosa. Mancavano del più prezioso. Ma quale era?

 

 Un giorno Talete si immerse in un fiume e allora capì: senza l’acqua la terra si sarebbe seccata, bruciata dal vento e dal sole. E tutto sarebbe divenuto polvere. Così si mise a bere fino ad avere la pancia gonfia. L’elemento più importante era lì davanti a lui, così trasparente che non lo aveva notato ma presente e necessario per tutto il resto.  Allora disse all’acqua: “Senza di te, niente sarebbe e niente esiterebbe. Spero che tu non finisca mai”.

 

Talete non sapeva che noi oggi non capiamo il valore dell’acqua e il nostro pianeta sta seccando. Forse se raccontiamo questa storia,  anche un po’sciocca, comprenderemo anche noi quanto l’acqua porti con se la vita.

 

  

i miei libri

Modalogizzare,      Gli aforismi di Modalogia  La luna sporca    Che cosa c’è che non c’è    Filosofia dello sport, filosofia di vita 

 

 

 

 

Oltre il limite, Breve saggio su l’anoressia

Filosofia e anoressia, come la filosofia puo' affrontare il tema

 Oltre il limite

Da tema psicologico a tema ontologico

 

Introduzione

L’anoressia fino a qualche tempo fa era considerata una malattia dell’area psichica e quindi la disciplina che si occupava di essa era la psicologia. Siamo agli anni ottanta.   Da fenomeno psichico essa diviene nel corso degli anni novanta fenomeno sociale con un culmine nell’attenzione negli anni 2000 a causa di un modello imperante nella moda: La ragazza grissino, sponsorizzato da tutti gli stilisti sulle passerelle. In lieve controtendenza negli ultimi tempi rimane un problema personale e sociale, quindi sento la necessità di affrontarlo ontologicamente ossia nel suo essere essenziale.

Ma che cos’è l’anoressia?

Si presenta come un’eccessiva magrezza che è l’elemento primo e il più evidente ma non si riduce ad esso. Ricordo ancora quest’estate al mare una ragazza, che se fosse stata normale sarebbe stata graziosa. Camminava per la spiaggia come uno scheletro ambulante e bamboleggiandosi come se fosse stata bellissima; in realtà era oscena, nel senso di scandalosa per l’eccessiva esiguità della sua presenza:   ossa e pelle che si muovono   dentro un bikini racchiudente un seno rasato e due anche ossute e delle rotule ambulanti. Impressionante. Eppure dava l’impressione di ritenersi bella. L’ossessione per la bellezza è sicuramente una delle componenti dell’anoressia che in questo breve saggio verranno considerate. Poteva essere un atteggiamento ostentato ma poteva anche rappresentare l’estrema soddisfazione per aver raggiunto, nella psiche deviata, un risultato apprezzabile: esser sufficientemente magre e non provare nemmeno più il desiderio di nutrirsi di alcunché. Anoressia dunque come privazione del grasso, del cibo, del bisogno fisico di mangiare. Tale privazione nasconde però una frustrazione ben più profonda che è il bisogno di considerazione e di affetto. Basta anche semplicemente il primo per indurre qualcuno a divenire anoressico.

Allora l’anoressia è un male psichico che si riversa sul fisico. Si cerca il perfetto, non lo si trova fuori di sé e allora lo si riversa su di sé. L’anoressico è sempre qualcuno che ha manie di perfezione. Vuole il meglio per se e siccome la vita spesso non lo accontenta   lo proietta su di sé, perfezionando il proprio corpo, cercando di raggiungere un ideale di perfezione che si traduce nell’esercizio del dimagrimento cronico. La situazione sfugge al controllo e il corpo induce la mente a non nutrirsi perché non ne manifesta più il bisogno e l’anoressico è leggero. Nel momento del confronto con se davanti allo specchio si vede peggiorare esteriormente (troppo magro) ma erra nel pensare che dimagrendo ancora di più la situazione migliori e la bellezza, magari prima posseduta o cercata, all’improvviso appaia. Ecco il desiderio di perfezione frustrato che mantiene l’anoressico in uno stato di dipendenza totale dal proprio corpo dimagrito.

Questo saggio ha lo scopo di trovare le cause, la natura e gli scopi dell’anoressia dal punto di vista della filosofia. Si intrufolerà anche nelle discipline sorelle: psicologia e sociologia ma solo per introdurre il fenomeno e tener conto di quelle componenti che ne arricchiscono il senso e ne spiegano l’origine e gli scopi.

Cristina Finazzi

 

Cause

Le cause che riguardano questa che viene definita una malattia ma che è soprattutto un modus vivendi ed essendi: intendo dire che chi ne soffre più o meno inconsciamente fa di essa una filosofia di vita – possono essere raggruppate in tre tipologie principali:

1)           Sociali.

2)           Personali o esistenziali.

3)           Essenziali.

Ritenendo le ultime le uniche imprescindibili, parto dalle prime e procedo in successione.

E’ possibile che l’anoressia sia una malattia vecchia. Ho letto da qualche parte che ne soffriva persino la Regina Cleopatra, sicuramente ne soffriva la Principessa Sissi, moglie di Francesco Giuseppe (Imperatore Austriaco) e ne soffriva indubbiamente Lady Diana.

Tutte donne, tutte belle, tutte con un ruolo importante. Non le ho scelte a caso ma per fama e perché facili da ricordare a chi, insieme a me, vuole riflettere su questo tema. Non credo che l’anoressia sia una prerogativa esclusivamente femminile ma che colpisca per lo più le donne questo si, perché maggiormente maniacali negli atteggiamenti e nei modi, perfezioniste di natura, esageratamente quando affette dalla sindrome.

Veniamo quindi alle cause in maniera più esplicita: l’anoressia da malattia sporadica, personale, è divenuta dagli anni 80-90 una malattia sociale come l’alcoolismo o la droga. Sempre più persone ne sono affette e sempre di diverse età, dalle adolescenti alle persone adulte fino ai trenta, quarant’anni. Spesso le quarantenni anoressiche sono state adolescenti anoressiche o turbate. Ma l’anoressia puo’ colpire anche in tarda età se preceduta da un dolore forte, una depressione, una insoddisfazione latente che si manifesta poi attraverso la malattia (ma qui sforiamo già nelle cause personali e ne parleremo meglio dopo). I modelli sociali, prototipo dell’effetto sono le top models; man mano queste sono diventate uno status symbol lo è divenuta anche la loro magrezza che si è accentuata sicuramente negli anni novanta grazie alla moda minimalista che esigeva una donna magra perché più adatta ad essa. Moda che non è ancora morta, nonostante si cerchi di tornare a modelli prorompenti. Ma come sempre succede quando un modello diviene uno status è più difficile da sgomberare. Il bel mondo che esse hanno rappresentato e che ancora rappresentano è un mondo di magri, di diete, di cibi macrobiotici e salutari a cui poi si è aggiunto il mondo delle palestre e delle beauty farm per apparire sempre al meglio. Questa società propone il mito del meglio e il meglio è essere in forma: meglio se magre appunto. Quindi la magrezza è divenuta un’esigenza sociale: il magro è più bello, è il magro è fashion, il magro è agile, affronta meglio la vita, con più “leggerezza” (anche se non è così, questo è il messaggio che è passato e passa): le diete prolificano ancora oggi; è arrivata la moda del jogging e poi del footing e del walking, out stare fermi e non curasi. In tutto ciò non c’è niente di male finchè non diviene mania e allora si trasforma per alcune in ossessione e in rifiuto del cibo ed ecco che spunta la malattia. All’inizio non si concepisce, quando ci si rende conto di esserne affetti, è troppo tardi: il circolo: non mangio, sono migliore e quindi non mangio ancora per essere migliore si è già innescato. Inoltre l’anoressica più è magra,   più non si piace e quindi continua a dimagrire pensando sia la soluzione alla mancata soddisfazione del sé. Lo specchio diventa il nemico-amico a cui rivolgersi in cerca di consenso; lo specchio risponde in maniera deviata perché l’immagine che vi è riflessa non è quella reale ma è quella distorta che l’anoressica adatta al sé vedendosi sempre più di quel che appare: più brutta, più grassa, più frustrata e insoddisfatta.. L’anoressica è isolata dal gruppo per scelta o forzatamente, vive la sua patologia individualmente e non chiede aiuto. Chiedere aiuto significa aver bisogno dell’altro e soprattutto ammettere tale bisogno; l’anoressica, maniaca della perfezione del sé, non ammette mai il bisogno dell’altro finchè non accetta la condizione di malata. Solo allora si ferma a chiedere aiuto e si apre all’altro. L’anoressica trova il proprio benessere nell’assenza di cibo e la società fast e slow food asseconda questa sua esigenza in maniera notevole.

Fra le cause personali ed esistenziali poniamo come prima una insicurezza di fondo che caratterizza la natura dell’anoressica/o potenziale, accompagnata quasi sempre da una buona intelligenza e da un lavoro personale sulla conoscenza del sé. L’anoressica riflette molto su se stessa, non è quasi mai soddisfatta degli obiettivi che ha raggiunto e chiede a sè come migliorarsi. La risposta che trova alla propria insoddisfazione si riflette sul corpo, il corpo è il simbolo del fallimento, della mancanza di perfezione che caratterizza l’essere umano, del suo limite innato, della sua manchevolezza. Nella società greca questo limite era risolto attraverso l’eros, l’eros carnale o spirituale denota la mancanza di qualcosa che si cerca nell’altro. E’ possibile che l’anoressica abbia cercato il qualcosa nell’altro e non l’abbia trovato: il successo scolastico o sportivo, il successo personale, un amore che sono falliti o che non soddisfano il desiderio di perfezione molto forte nell’anoressica; ella sente il limite del sé in maniera più accentuata rispetto agli altri. La malattia è una risposta: privandosi del cibo si raggiunge una soddisfazione sia nell’esercitare una tale privazione che risulta stoicamente una virtù: sono brava, sto a dieta, non mangio e dimagrisco, raggiungendo il mio obiettivo di perfezione, sia nel risultato: mi vedo magra e quindi più interessante, più piacevole perché la magrezza è divenuta una virtù, un modus migliore rispetto all’abbondanza delle carni. Il magro si muove meglio, si affatica di meno, è un canone estetico.

Arriviamo quindi alle cause essenziali che già abbiamo accennato nelle due precedenti. L’anoressico/a cerca la perfezione del sé e non trovandola fuori di sé, la rivolge su di sé cercando una via; una via deviata e quindi malata perché ferisce corpo e psiche. Credendo di migliorarsi si peggiora sempre più arrivando a danneggiare il proprio essere irreversibilmente e ciò provoca danni anche a livello psichico perché la soddisfazione del sé e l’autostima crollano inevitabilmente e si entra in una spirale senza ritorno che può portare alla morte. L’anoressico/a è consapevole più degli altri del proprio limite ma non è capace di accettarlo e trova nella spirale della malattia una soddisfazione momentanea che però, prendendo il sopravvento, la porta a non riconoscersi più nell’essere (normale) che era e cercare sempre più una normalità deviata (la magrezza) che diviene soddisfazione precaria del desiderio di perfezione.

  

  

Caratteristiche essenziali

L’essenza de l’anoressia è il suo stato di anormalità definito dal gioco del limite trasceso. Una definizione dell’essere anoressici estremamente sintetica che merita una definizione più estesa. Cominciamo dallo stato di anormalità: tale stato fra il magro, l’obeso e l’anoressico è definito dall’indice di massa corporea (IMC o BMI) dove attraverso una formula si comprende che, stabilito un rapporto fra il peso fratto l’altezza2

(Esempio: Donna; 67 anni; altezza 1.62 m; peso corporeo 68 kg: )

tabella: 

Situazione peso

Min

Max

Super obeso

>50,0

 

Patologicamente obeso

40,0

49,9

Gravemente obeso

35,0

39,9

Obeso

30,0

34,9

Sovrappeso

25,0

29,9

Regolare

18,5

24,9

Magrezza

16,0

18,4

Grave magrezza

 

<16,

 

si trova tale indice che non deve scendere al di sotto del 18,5 dopodiché si è magri e per molte associazioni oramai anoressici. Un BMI o IMC di 18,5 permette di considerare quindi un essere di costituzione normale. Tale rapporto può variare in basse all’età e all’attività fisica svolta ma comunque non deve scendere al di sotto di tale valore. Ecco i numeri che danno un’idea oggettiva dello stato di normalità. Ad esso però corrisponde una percezione psicologica di tale stato che puo’ modificare l’oggettività di tale indice. Ci si puo’ sentire normali con un indice IMC superiore ai 25 e grassi con un indice IMC inferiore al 18,5; nel secondo caso si è anoressici in quanto la percezione del proprio indice   è falsata dalla deviata percezione di sé. Ci si considera   grassi e quindi anormali e si vorrebbe essere più magri, in realtà si è già magri e la percezione del sé è il risultato di una patologia: l’anoressia. L’anoressico vede un apparente sé diverso dal sé reale. Il sé reale può essere leggermente sovrappeso   o magro, ciò non influenza la percezione del sé anoressico perché il malato vede sé sempre “abbondante”, in eccesso. Questo eccesso si traduce nel vedere addosso a sé un peso eccessivo ma è frutto di altri eccessi: una situazione famigliare opprimente, una situazione personale depressa, un’insicurezza di fondo riguardo alle proprie prestazioni   nel lavoro, nella vita sociale e affettiva. Ma il punto essenziale è che l’anoressico/a cerca la perfezione, gioca al gioco del limite trasceso. Mi spiego meglio: consapevole dei propri limiti sia fisici   che psichici: del possedere un corpo imperfetto e quindi di conseguenza di essere un essere imperfetto, consapevole anche che esiste la perfezione come meta e come ideale, tende a tale perfezione, frustrato perché non la raggiunge a livello spirituale (so tutto) o personale (sono in grado di fare tutto) o esistenziale (sono il tutto), nella propria vita vissuta di cui ha coscienza come persona, la sposta sul proprio corpo desiderandolo perfetto. Ma tale percezione della perfezione è deviata; primo perché non esiste un corpo perfetto; in natura puo’ esistere un corpo più o meno bello ma non perfetto. Quali sono i canoni della perfezione? Una certa altezza? Un certo peso? Non credo proprio. E’ una questione di equilibrio e armonia fra le parti che oggettivamente deve esistere ma che addirittura si percepisce soggettivamente: ciò che è bello per me non lo è per te al di là della reale armonia del tutto. Ma armonia non significa perfezione. Secondo non esiste la perfezione in natura. Ma l’anoressico cerca proprio tale perfezione e la traduce in meta. Tale meta è la perdita di peso. L’anoressico associa la magrezza alla perfezione. Più è magro e più si sforza di dimagrire ritenendo che non sia mai abbastanza proprio perché il perfetto in natura non esiste e quindi non si puo’ raggiungere. Più si vede magro e imbruttisce: le ossa si rendono visibili dando all’anoressico un aspetto cadaverico, quasi trasparente (componente da non sottovalutare) più l’anoressico tende a ridursi per cercare un perfetto che è altro da sé. Ecco il paradosso che leggiamo nell’immagine della trasparenza: mi rendo trasparente, scompaio al mondo per creare qualcosa di diverso, di nuovo che ritengo meglio, più perfetto, che è altro da me (essere imperfetto),   che tende al perfetto ma non lo è. Abbiamo visto che trovare il perfetto in natura non è possibile, ma che rimane meta e ideale. Il paradosso si realizza nell’annullare l’essere imperfetto per tendere alla perfezione senza arrivarci mai. E’ il gioco del limite trasceso: ma si puo’ trascendere un limite? Il limite limita, definisce. Trascenderlo è andare oltre un alcunché di determinato che proprio in quanto tale ha in sé la sua ragion d’essere, trascenderlo è perseguire un qualcosa di indeterminato perché, finchè non lo si raggiunge, non lo si puo’ definire: snatura la natura di ciò che è limitato proprio per natura finendo nell’apeiron: nell’indeterminatezza che l’ideale di perfezione ha in sé.

  

 

Conseguenze

L’indeterminato rimane la meta da raggiungere. Però proprio perché è indeterminata, è impossibile da fissare ossia non ha un limite, diventa il gioco del limite trasceso. Ciò significa che posto un limite, tale limite viene continuamente superato proprio perché la meta, l’ideale della perfezione implica l’indeterminatezza della propria infinitudine. Si incomincia a cercare ma non si finisce di cercare, si va avanti ad oltranza. Nel caso dell’anoressia tale ricerca si gioca sul proprio corpo, sulla definizione di una stato di perfezione che non esiste. E lo si risolve nella magrezza, nella mancata assunzione di cibo. Il mio sforzo di privarmi di qualcosa (il cibo e il peso del cibo) per raggiungere qualcosa d’altro che non ho (la perfezione) mi permette di gioire nel rinnegare me stesso (il mio stato imperfetto) nella speranza di trovare il perfetto. Ma questo gioco trascende il limite dell’essere imperfetto e finito che noi siamo. Non siamo eterni e per raggiungere la perfezione bisogna esserlo: solo l’eterno in quanto tale non manca e non finisce mai. Noi non siamo invincibili e soprattutto non siamo perfetti né potremo mai esserlo. Giocare al gioco del limite trasceso, se non si interrompe, porta inevitabilmente all’unica conclusione possibile: il trascendere se stessi, il proprio personale limite ossia il limite di un essere che è finito per natura. Tale trascendere porta alla morte come superamento della propria caducità e imperfezione. Non c’è altra via. Il gioco del limite trasceso finisce da dove è iniziato: dal limite stesso che non si può evitare. Tentando di superare sé si arriva alla fine di sé ma la fine di sé è solo la morte.

  

Il mito dell’anoressica gemella

Mito: racconto, favola, narrazione. Quando si diventa anoressiche per emulazione si insegue un mito, si crede ad una favola, quella della magrezza come vita migliore come mezzo per la felicità. Si pensa che le magre siano più belle  (i modelli mediatici spesso influenzano tale credenza del tutto infondata), si crede che le magre abbiano una vita sentimentale più fruttuosa (anche qui mito, narrazione, tutto è soggettivo) , si crede che le magre possano comprarsi tutti i vestiti che vogliono e  qui un fondo di verità c’è, la moda veste la magrezza perché le stoffe scivolano su un corpo magro, donando all’abito un effetto magico che appare bello, tanto è vero che si sta pensando alla robotica per le sfilate;  su un corpo rotondo gli abiti segnano, evidenziano curve che rompono l’armonia del taglio, ma è una questione tecnica e meramente estetica riservata all’apparire dell’abito più di chi lo indossa. L’abito deve essere al centro della scena più che il corpo e quindi più il corpo è sottile più l’abito appare rubando la scena alla persona. Ecco perché l’idea dei manichini che sfilano non mi dispiace almeno non toglie dignità alle sfilanti. Però sarà così bello da guardare o non diverrà alcunché di asettico senza emozioni che solo un corpo visto e  vivo può dare?  Le ragazze magre comprano tutto ciò che vogliono ma la loro apparenza è così goduta come quella di un bel corpo sano, delineato e curvilineo? Si sa, il bello è soggettivo ma il corpo rotondo lascia il suo effetto sullo spettatore soprattutto di sesso maschile.

E allora la modella insegue un mito, un mito effimero, una favola che se analizzata razionalmente viene ad essere smontata come abbiamo fatto poco sopra. Ma chi è veicolo di tale mito: sicuramente la società che ha mostrato la magrezza come modello di salute e benessere fisico. Attenzione! La magrezza contro il sovrappeso e non l’anoressia perché non si puo’ uscire da una patologia pensando di passare ad un’altra. Il più delle volte però il modello  e il veicolo della favola è qualcuno di molto vicino alla potenziale malata, qualcuno che condivide lo stesso ambiente, Le stesse frustrazioni, qualcuno che è già malato e che è visto dal soggetto sano come modello da seguire. Capita sempre più che ci siano casi di sorelle anoressiche, ecco perché ho dato questo titolo alla presente riflessione. Come mai? Perché le sorelle si somigliano, hanno spesso gli stessi gusti, gli stessi ideali, respirano lo stesso ambiente familiare, hanno le stesse paure e le stesse frustrazioni. Quindi la sorella malata trasmette alla sorella sana il mito, la favola, la sorella sana la vede magra, vede che non mangia e si chiede l’effetto che fa, vede che magari qualche episodio della sua vita , almeno all’inizio della malattia è cambiato in positivo, le girano attorno più ragazzi ad esempio  (mi ricordo al liceo una ragazza con un bel viso ma con un corpo grosso, massiccio, non grasso ma robusto. In quinta liceo questa ragazza decise di dimagrire e dopo aver perso dieci chili trovò il fidanzato perché si poteva permettere la minigonna senza sembrare un giocatore di rugby, se lo sposò pure ma dopo due anni si lasciarono… continuò a dimagrire affrontando due gravidanze e mettendo anche a rischio la vita dei suoi bambini. Ora sta bene ma è sempre sulla corda, pronta a saltar giù in qualsiasi momento e tornare nell’abisso della magrezza). L’anoressia non risolve i problemi , li nasconde all’inizio e li accentua durante il decorso perché a quelli vecchi si aggiungono quelli nuovi causati dalla malattia. Come per qualsiasi droga, avere vicino un soggetto malato incute curiosità nel soggetto sano che puo’ scegliere la via del provare un’esperienza simile,  nell’anoressia come per  l’alcool o la droga per vedere l’effetto bisogna ammalarsi e dopo è troppo tardi per uscirne. La sorella puo’ anche essere zitta, funge da modello visivo e costante, modello di perfezione esibita ma mai raggiunta che può indurre l’altro a voler trovare una  via per dimostrare che su di sè l’effetto è migliore.

Violentare se stessi

La violenza è un danno provocato a qualcuno che ha effetti a breve e a lungo termine. Chi provoca una violenza, lede il corpo e la mente di un individuo procurando dolore, lacerazioni e ferite immediate che lasciano tracce a lungo termine e innescano comportamenti disturbati e a volte deviati e devianti. La violenza subita è un danno grave e la persona lesa  necessita di un tempo lungo per la guarigione per la quale è fondamentale ridurre il peso del ricordo del fatto avvenuto. Se pensiamo che l’anoressia è una violenza su se stessi, abbiamo una serie di effetti catastrofici sull’individuo perché la violenza è continua e non sporadica e perché non si ha lo spazio temporale per la guarigione e la dimenticanza del fatto.

L’anoressica lede il proprio corpo volutamente; lo vuole punire per qualcosa: non è perfetto, non è soddisfacente, non è all’altezza delle aspettative. La colpa del corpo è quella di non rispondere alle esigenze di perfezione che l’anoressica ha costruito sul proprio sé. L’espiazione della colpa è la punizione intesa come privazione di cibo. Per la mente la mancata assunzione di cibo è un imperativo categorico: devo impedire al mio corpo di mangiare perché non deve mangiare. Il fine è la semplice mancata assunzione di cibo. C’è una componente sadica e masochista che lega l’anoressica al proprio corpo: esso è oggetto del desiderio ossia della soddisfazione del sè. Non essendo in grado di soddisfare tale desiderio, viene punito, la violenza è la privazione del cibo che però provoca anche piacere in chi si procura dolore. Il piacere della sofferenza e della privazione rinforzata anche dal risultato: il dimagrimento costante: soffro ma siccome dimagrisco, godo della sofferenza provata e vista sul mio corpo che mi appare bello in quanto decadente. La violenza quindi è ancora più grave perché è mascherata dal piacere masochista di farsi del male per l’espiazione della colpa: la mancata perfezione di sè. Allora guarire è impossibile perchè la violenza è continua e quindi continua a ledere e perché il ricordo del piacere-dolore provocato dallo stato di anoressia è altrettanto costante. Fino a che l’anoressica non prende coscienza che il dimagrimento non solo non le permette di raggiungere lo scopo: la perfezione ma la allontana sempre più da quello scopo divenendo un danno permanente della propria condizione fisica e psichica non puo’ guarire perché  nell’ io si è innescato il meccanismo perverso del piacere della violenza: un dolore lento e inesorabile al quale ci si abitua  e quindi diviene parte del sé senza il quale si pensa di non poter più vivere perché lo stato di normalità è completamente dimenticato e ha lasciato spazio a questo  nuovo io deviato nei modi e nei comportamenti.

  

Alienarsi dal sé

  

Fra le cause dell’anoressia vi è l’abbandono o il rifiuto. Rifiuto di qualcun altro nei confronti del malato. Il soggetto del rifiuto ossia chi rifiuta può essere un familiare o un conoscente, spesso un amico e in molti casi un amante. L’anoressico/a percepisce l’abbandono come rifiuto del sé da parte dell’altro. L’altro non mi ha riconosciuto come figlia/o, come moglie/marito, come madre/padre, come amante. Allora scatta un meccanismo interiore prima inconscio e poi consapevole di rifiuto del sé anche da parte del soggetto anoressico. Ciò può essere causato dal senso di colpa interiorizzato oppure può essere causato da una mancanza di identificazione con se. Il senso di colpa accompagna il rifiuto ed è tra le cause possibili della mancata identificazione con il sé. Il soggetto si sente alienato. Il rifiuto da parte dell’altro ha causato l’alienazione del soggetto da se stesso. Siccome l’altro non ha riconosciuto il futuro potenziale anoressico come quel particolare sé sia come persona specifica sia nel suo ruolo (amante, amico ecc..). Il sé rifIutato introietta tale rifiuto e insieme ad esso fa sua anche l’alienazione dal sé. L’altro mi rifiuta perché non mi riconosce e allora anche io mi rifiuto perché non riconosco più quel sé al quale fino ad ora appartenevo e nel quale mi identificavo. Sono ora alienato dal mio io. Il mio ruolo di moglie o amante o figlia (marito o figlio) mi è stato negato come se non me lo meritassi (ecco che scatta il senso di colpa) e quindi anche io lo nego, come se non mi appartenesse più. Voglio costruire un nuovo io per essere degna/o del riconoscimento da parte dell’altro e quindi anche da parte mia. Ma la costruzione del sé, che dovrebbe essere un processo positivo basato sul riconoscimento di sé come individuo con un valore e una dignità, nell’anoressico è negativo perché nasce dall’interiorizzazione di una colpa causata dal rifiuto dell’altro. La colpa causa anche un senso di impotenza nei confronti del proprio sé e un senso di rifiuto del proprio sé. Io interiorizzo la colpa e costruisco un nuovo me castrando, limitando, diminuendo, plasmando quell’io che ero prima. Un modo per plasmare il mio io  e per ricongiungerlo a me affinché io lo riconosca di nuovo e sia riconosciuto anche dall’altro è l’anoressia e la sua tendenza a superare il limite tendendo alla perfezione. Siccome l’io vecchio non andava bene all’altro, non funziona più nemmeno per me e allora lo modifico, privandomi del cibo. Non mangiando. Penso in questo modo di potermi plasmare e riformare secondo un nuovo modello  perfetto. So di essere impotente di fronte alla perfezione ma il desiderio di raggiungerla è rafforzato dal rifiuto dell’altro e dal senso di colpa e di frustrazione per il mio sé inadeguato, alienato.  Così avviene un doppio risultato, un doppio fine. Mi punisco e mi modifico. Punisco l’io imperfetto che non piaceva e che non era riconosciuto, nel quale non mi riconosco e dal quale mi sono alienato e ne costruisco uno nuovo, ai miei occhi più perfetto al fine di essere accettato da me e dall’altro. L’altro e la usa accettazione oramai sono solo un pretesto perché sono usciti di scena, sono stati  la causa e l’elemento scatenante. Ormai la lotta è tra l’io e l’identificazione con se, il fine è il superamento dell’alienazione. Ma siccome non c’è più un riconoscimento esterno e all’anoressico non interessa, allora il riconoscimento è deviato e malato. Si ritiene bello o perfetto un altro sé, quello del corpo malato e decadente nel quale ora l’anoressico si identifica. Ma la bellezza è il fine, è un modello, un ideale, qualcosa che non si raggiunge mai appieno e quindi il processo di riconoscimento non si esaurisce e non ha fine. L’anoressico rifiuta ora  il riconoscimento da parte dell’altro perché è stato causa del rifiuto, del dolore e dell’alienazione e cerca un riconoscimento interiore di sé con il sé. Ma il riconoscimento interiore ora non è normale perché si ha una visione di sé distorta causata dalla malattia che ci fa vedere un sé migliore (per il malato), anoressico, quando in realtà come modello sociale è più negativo del vecchio sé frustato e alienato che si è rifiutato. L’anoressico  non ha il senso del limite, non si accontenta mai, il rifiuto dell'altro non si risolve perché ha provocato la mancata accettazione di sé in un processo infinito che porta all’autodistruzione. Non ci si auto riconosce, alla fine si cerca e si ha bisogno sempre dell’altro che ci riconosca come noi ci vediamo e conosciamo (malati e più belli perché malati). L’anoressico non riceve il consenso esterno nè prima né dopo la malattia e quindi entra in un circolo vizioso di mancata accettazione e riconoscimento di sé che non viene né dall’altro né da sé  perché non si vedrà mai perfetto e il suo desiderio sta nella perfezione come riconoscimento  di sé, l’unico riconoscimento possibile per l’anoressico perché il suo essere imperfetto è stato rifiutato.

  

La ragion di sé

  

Con il decorso della malattia il corpo dell’anoressico/a prende sempre di più il sopravvento quasi ad impossessarsi della mente che non possiede più la ragione di sé. La mente non si comprende, non controlla i meccanismi di decadimento che il corpo ha innescato e anzi i sensi innescano un meccanismo perverso che è dettato dall’illusione: più siamo deprimenti fisicamente più ci vediamo belli e ci compiaciamo dei risultati raggiunti. La mente non ha ragion di sè, se l’avesse, comprenderebbe che il meccanismo è autolesionista, è distruttivo e porta alla fine, al limite inquadrato più volte nella morte e invece l’illusione dei sensi ci presenta un corpo perfetto e perfettibile quando in realtà agli occhi dell’altro, del sano è decadente, non è perfetto ed è anche brutto. L’anoressica/o si compiace nel vedere il proprio corpo magro, è soddisfatta/o della realizzazione degli obiettivi che il corpo le impone: l’eccessiva magrezza. Mentre l’atro rifiuta il corpo anoressico, l’anoressica si innamora del proprio corpo malato e depresso e ne gode, se ne compiace. Non ha ragione della malattia perché la concepisce come un traguardo raggiunto e ancora da definire e rifinire, limare e perfezionare e non comprende invece che sta percorrendo il cammino verso la fine: l’annullamento del sè. La ragion di sé ci permette di comprendere in un certo qual modo perché siamo così e non altrimenti, perché abbiamo compiuto determinate scelte, quali sono gli scopi che sottostanno a tali decisioni. L’anoressico non possiede più alcuna di queste ragioni. Esse le sono dettate dal corpo. Non sa chi è. Comprende solo il proprio desiderio di divenire altro, di perfezionarsi in quanto corpo imperfetto che ha trovato nella magrezza un mezzo per il miglioramento di sé; non sa perché è partito tale meccanismo irreversibile, se non ragionato  e se non riflettuto con gli occhi di un altro (esperto e amico) che riporta il sé alla vera ragion di sé, l’essere normale e non deviato o malato. Perciò innesca un meccanismo di dimagrimento che fornisce una nuova ragion di sé. Ho iniziato a dimagrire ma non so perché (i problemi e  le frustrazioni che portano alla scelta anoressica non sono mai chiari nel momento della malattia, sono nascoste dal desiderio di magrezza e dalla frustrazione che l’anoressico/a prova.)  Lo scopo è dettato dal corpo ed è il raggiungimento del limite che è la morte falsato dalla ricerca del superamento del limite: La nostra imperfezione in quanto essere umani, perfettibili ma non perfetti. L’anoressica/o ha ben chiara la perfettibilità dell’uomo ma essa non è concepita razionalmente nel momento in cui grava la malattia, essa è deviata dalla malattia stessa ed è realizzata nel dimagrire. L’anoressico quando è un soggetto sano ha senza dubbio riflettuto su di sè e sulle ragioni del proprio essere qui ed ora (vivere questa vita, in questo ambiente, con queste difficoltà) e ha valutato i pro e i contro della propria esistenza, ha trovato nell’anoressia una risposta ai contro esaltando nello stesso tempo i pro della magrezza. Sono pro immediati: mi sento meglio, più leggera, sto meglio vestita, mi guardano di più, sono più sicura di me stessa perché piacente e piaciuta (dimagrire fa parte dei cliché della bellezza riconosciuti a livello sociale). Tali pro immediati sono effimeri e caduchi perché dopo un certo periodo svaniscono: non mi guardano più con attenzione ma con disagio perché sono peggiorata (divenuta più brutta anzichè migliore, più bella); ma l’anoressica non ha più ragion di sé e quindi non comprendere questa inversione di tendenza nella percezione del sé da parte dell’altro: il corpo la illude di essere ancora quel soggetto che sta percorrendo la strada della perfezione quando in realtà ha intrapreso quella del fallimento di sé: la propria lesione e autodistruzione.

  

L’alienazione del sé, l’essenza deviata

  

Ognuno riconosce la propria essenza nel proprio essere. La possiamo intendere in termini Cartesiani come essenza dell’anima che scaturisce dal pensiero su di sé e sulla propria azione del pensare; la possiamo intendere in termini Nietzschiani partendo dal corpo che agisce e che è per comprendere di essere tale come ciò che agisce e chè è, un’energia vitale nel reale. Possiamo intenderla in termini Heideggeriani nel senso dell’esserci qui ed ora in questa prospettiva spazio temporale sulla quale riflettiamo e collochiamo il nostro io. Rimane fermo che siamo noi che agiamo, che pensiamo e che siamo. Abbiamo la piena padronanza del nostro essere e la piena coscienza di tale padronanza. L’anoressica/o perde con la malattia tale padronanza. Il corpo se ne impossessa e guida le azioni dell’anoressica/o deviando il suo sé. L’anoressica non percepisce più il sé originario del proprio esserci nel mondo ma percepisce il sé malato e deviato dalla malattia e viene guidata/o da esso nelle proprie azioni. Il problema è che percepisce e ragiona attraverso il  sé malato ritenendolo sano e non comprendendo  a fondo le potenzialità della malattia. La malattia ha il potere di deviare sé da se stessi, alienando il vero sé, rigettandolo in un angolo remoto del proprio io, e facendo emergere il sé malato e deviato che guida la vita dell’anoressica. L’anoressica è alienata perché riconosce la propria essenza nel sé malato e non in quello originario. Il sé malato devia le sue azioni e i suoi comportamenti inducendo l’anoressico/a ad azioni egocentriche finalizzate alla perfezione del proprio io malato. La perfezione dell’io malato si traduce nel desiderio di magrezza;  il fine, come detto più volte, è dimagrire il più possibile per essere più perfette/i  agli occhi del sé deviato; il pericolo è l’annullamento del sé sano sia perché se ne perde il controllo e la coscienza sia perché si arriva all’estremo ossia all’annullamento fisico del sé con la morte. Come uscire dall’alienazione del proprio sé originario e nascosto dal sé malato? Riconoscendo che l’essenza è deviata ed è frutto dell’alienazione del vero sé e ritornando ad avere coscienza del proprio sé sano che, riconosciuto come malato  e quindi nella sua vera essenza e non nella sua essenza deviata, deve guarire ossia ritornare alle proprie origini. Se il riconoscimento del sé deviato non scatta nella mente dell’anoressica, la guarigione è impossibile perché l’anoressica continuerà a percepire il sé alienato come il vero sé e ad agire in conformità con esso.

 

 

 

 

Cristina Finazzi

 

 

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