In questa pagina saranno proposti temi di filosofia della moda in relazione a tendenze, stili e modi d'apparire visitati in chiave filosofica.
Rispolvero l'abitino.... (abito di A. Dell'Acqua)
La femminilità sta tornando alla grande. In periodi di recessione la donna riscopre uno dei suoi ruoli all'interno della società e nel rapporto con il maschio: la seduzione.
La seduzione, apparire piacevole per essere apprezzata e desiderata, passa attraverso l'abito o abitino nel tono vezzeggiativo che mi piace conferirgli perchè mi ci sono affezionata; il mio armadio ne è pieno. Gli abiti, che mostrano il dicolleté e la vita, che disegnano la figura con le sue curve sinuose, che rivelano le rotondità tanto apprezzate dal genere maschile, tornano di moda. Le donne sono abito dipendenti anche perché l'abito offre innumerevoli vantaggi pratici: è un pezzo unico: una cosa sola da scegliere nell'infinito armadio femminile, fatto di immagini, desideri, cose; è facilmente abbinabile: una giacca di giorno per la regolarità della quotidianità e un gioiello di sera per esaltare l'estrosità della vita notturna. I nuovi abiti poi si mettono in lavatrice e spesso non sono nemmeno da stirare. Binomio perfetto per la donna di oggi che: "bella vuole restare senza troppo sgobbare!".
La moda dunque omologa e riduce le distanze spazio-temporali. Una volta riconoscevi un inglese lontano un miglio, chiaro e mal vestito. Oggi l’inglese medio poco ha di diverso dall’italiano, l’unica differenza sta nella frequenza dei cambi (d’abito) ma se lo vedi una volta sola non te ne accorgi. Una volta distinguevi perfettamente una madre da una figlia, avevano due stili d’abbigliamento molto vari fra loro. Oggi non esiste più uno stile lady che possa distinguere la madre dalla figlia, anche nella moda si è perso il gap generazionale. La moda è una sovrastruttura sociale e come tale rappresenta la società: effimera, in decadenza, caduca e iper veloce. Una volta i modelli erano gli arrivati, gli anziani, gli adulti in genere. Ora i modelli sono i giovani: si ha l’i-phone come i giovani, si fa sport come i giovani, ci si veste come i giovani. Il giovanilismo imperante è sicuramente piacevole all’occhio ma ridicolo alla mente perché nasconde la realtà del tempo che passa e lascia andare le stagioni che non si possono fermare, che ci seguono, che ci guidano, che fanno il nostro tempo. Il nostro tempo, dovremmo tornare a diventarne padroni, a coltivarne gli interessi per quelli che sono veramente e non per quelli che vengtono imposti dai media o dalla società. L’identità del sé si costruisce lavorando su stessi, dialogando con se stessi e non ignorando le nostre esigenze anche definite dall’età. Ciò non vieta di volersi curare o mantenere il più al lungo possibile piacevoli, senza però scadere nell’ipocrisia della annullamento del proprio sè datato.
2 giugno 2008 Creme, cremine, cremette
Mi alzo al mattino e se non ho la crema da giorno levigante, ristrutturante non vado in ufficio. Mi guardo le mani e se non ho la crema schiarente indosso i guanti. Mi guardo il collo e se non ho la crema liftante mi metto la sciarpa che fa chic. Mi guardo gli occhi e se non li impallino in un contorno bianco di crema miracolante non vado a dormire. Mi guardo le cosce e se non le ungo di crema snellente mi viene un brivido. Si, ero così fino a un mese fa. Poi ho incominciato a correre, voglio allenarmi per la marcia 5 km ho acquistato bella abbronzatura dorata, il mio sedere si è alzato come in un bel push up, respiro meglio e sono felice. Ho dimenticato qualcosa? Ah si, le creme! Ne uso la metà,forse un quarto e il portafogli ringrazia e anche mio marito.
15 aprile 2008 La personal shopper e la dialettica servo-padrone
Il servo ha paura della morte e si pone inerte di fronte all’essere della natura che lo sovrasta. La personal stopper è inerte di fronte alla vetrina e non può’ comprare nulla. è piegata dal carovita. Non ha paura di morire di fame, fra poco ci muore davvero. Il padrone domina il mondo e piega il servo al suo volere, il quale preferisce obbedire piuttosto che affrontare la vita e la morte. La personal shopper è piegata al potere del denaro della signora che serve. Non ha di che realizzarsi e quindi realizza i desideri di qualcun altro. Il servo produce per il suo signore e crea qc che assume una forma: un oggetto, un pranzo, un abito. Diventa artefice e il suo oggetto è indipendente da lui. Ha finalmente creato qc di suo che è frutto del suo fare e si sente realizzato perché ha messo in atto le proprie capacità formatrici. Ma la personal shopper di cosa dovrebbe sentirsi fiera? Che cosa ha realizzato? Lo stile della sua signora? Se la signora non ne ha. Se la signora la lascia fare. Se non è una mera esecutrice ma una realizzatrice di moda e stile, se il suo acquisto è libero come diventa libero il servo quando crea, libero dal prodotto di cui non gode e libero dal signore da cui si allontana avendo ora un modo suo di dominare la vita, la propria creatività. La personal shopper è creativa? In un certo senso si. Crea stili. E allora la via per rendersi davvero indipendente e realizzarsi non è restare al fianco della signora di cui ne subisce le facoltà (in termini di gusto e denaro) ma creare un’attività sua propria magari come consulente d’immagine.
1 marzo 2008 Fragilità e moda
Perché questo accostamento?
Perché la moda è di per sé fragile, dura meno di una stagione, si modifica continuamente cercando di adeguarsi al gusto, alla società.
Ma spesso è la società che fa la moda scartando questo e salvando quello. La moda subisce gli influssi del quotidiano e spesso cerca di tradurli in oggetto. Per usare un termine hegelo-marxista li oggettivizza; la loro durata è variabile e soggetta alle contingenze spazio-temporali che deve subire. Questo dal punto di vista della moda. Ma la riflessione può essere analizzata anche da un altro punto di vista, quello del soggetto che veste moda.
Colui che indossa labito di moda ne ha bisogno?
Lo cerca per ottenere consenso?
Per essere riconosciuto nel contesto sociale?
Per darsi un ruolo?
Per riconoscersi in tale ruolo?
La personalitànon dovrebbe prescindere dallabito indossato ed esso fare solo da corollario? Spesso si cerca labito per darsi un tono, per essere una persona che in realtà non si è. In questo la moda permette di identificare una fragilità, quella della persona che se ne rende schiava.
28 gennaio 2008 Il peggio della moda
A parte che ogni anno da 5 o 6 anni a questa parte mi sembra sempre uguale a se stessa nonostante alcuni stilisti si impegnino ad inventare ma spesso peggiorano quello che non sanno fare ossia avere nuove idee e inventano il vecchio: minigonne, giacche corte e lunghe, stile orientaleggiante che, se volete, esiste già dalla fine dell'800 (monsieur Poiret insegna). Ma poi non trovo più una linea nè una direzione: non si capisce cosa va di moda: tutto e niente. Il che potrebbe anche essere un bene, ognuno si inventa il suo stile ma forse la moda pretende di dare una direzione, di guidare il mercato e allora che inventi, che ritorni ad essere lezione di nuovo e non riciclaggio del vecchio. Che in questo momento non serve proprio alla moda, è più utile nelle discariche di Napoli!
3 dicembre 2007 Che fai con la tuta?
Faccio l’anticonformista. Così deve aver pensato il disegnatore italiano Ernesto Michahelles quando nel 1919 ha ideato questo capo oramai entrato a far parte dell’immaginario collettivo. L’uomo in tuta o lavora o si rilassa. Ecco che lo stereotipo si accompagna ad un capo e ne definisce i contorni stilistici, rendendolo pratico e versatile, in una parola utile. La moda nasce da un’idea, l’idea segue e soddisfa un bisogno, il bisogno diviene costume, il costume riproduce la moda. La tuta è nata dall’idea di questo stilista noto al mondo come Thayaht che ideò la tuta in tela massaua in chiave antiborghese, che seguì il bisogno di trovare un abito per una classe, quella non borghese, popolare, che divenne abito da lavoro e che ora è capo di moda. Quest’anno parecchi stilisti hanno riproposto la tuta perchè ricorda l’uomo lavoratore, il quale ha da sempre una sensualità, riproposta dalla donna fasciata nella tuta appunto che segna le rotondità di un corpo ben fatto; disegna e abbellisce. Diviene moda nel suo significato più proprio, quello dell’ornamento.
29 novemere 2007 L'essenza dell'eleganza
Mi sovviene spesso alla mente un tema pensando alla moda e al suo mondo, leleganza. Penso a quanto siano chic le donne francesi con i loro capelli raccolti e i loro tailleurs e a quanto siano eleganti le matrone meridionali con i loro decolleté ricchi ma mai troppo vistosi oppure a quanto siano austere le donne orientalied eleganti nella loro fierezza. A quanto possa essere elegante un indiana dAmerica nella sua natura selvaggia. Leleganza non ha a che fare con lo stile. Lo stile veste leleganza con un abito o un dettaglio. Ma leleganza si legge in un gesto, in un movimento, in uno sguardo, a come appoggi la gamba quando ti alzi dalla sedia o riponi la borsetta sul sedile posteriore dellauto o ancora dai il cappotto al custode allingresso del teatro prima che inizi lo spettacolo. Leleganza è unarte raffinabile ma fa parte della naturaumana. Uno nasce elegante, è difficile che lo diventi, potrò migliorare ma è o non è. Lo stile si costruisce e si modifica nel tempo, leleganza rimane perché eterna.
20 novembre 2007 Modi e mode
Ci sono le mode che esprimono modi di essere dell’uomo dall’antichità ad oggi e i modi delle mode che sono espressioni di tali modi d’essere, un modo d’essere odierno tutto italiano: girare con il telefonino in tasca e l’i-pod nelle orecchie. E’ un modo di essere che è divenuto una moda, una tendenza che tocca varie generazioni: dal ragazzino che si mette I-pod nelle orecchie e se lo stacca solo per rispondere al sms, all’adulto che si mette i-opod mentre fa footing o walking e se lo toglie solo se riceve la chiamata d’affari o quella dell’amante. Modi d’essere, modi di esprimersi ma anche di omologarsi a un mercato che ci influenza, volenti o nolenti, perchè la tecnologia e l’elettronica piacciono all’italiano che in casa ha il caminetto e fuori viaggia supertecnologizzato e moderno; perchè in casa ha la suocera e fuori: due i-book, tre telefonini e quattro palmari e i-pod si diverse taglie e dimensioni. Magari da abbinare alle scarpe. Italiani, che passione!
12 novemre 2007 Lo stile dello sport
In Italia ancora identifichiamo lo sport con il calcio. Poco altro. Conosciamo un pochino il tennis, ricordando alcuni miti e un po’ lo sci perché ne ricordiamo altri. Qualche volta ci innamoriamo del ciclismo e abbiamo sognato la scherma alle ultime olimpiadi. Episodi sporadici. Da noi lo stile sportivo è quello calcistico e lo sport in vogaè solo il calcio, iperinflazionato e iperpubblicizzato, sostenuto da tutti i media. Ci sono trasmissioni che si chiamano “A tutto sport”, o “La domenica sportiva” per citarne alcune ma si parla solo di calcio e si ricordano gli altri sport solo in rarissime occasioni. Per il calcio ci sono sponsor, per gli altri sport l’ignoranza e la semi indifferenza. Lo sport di moda da noi è uno solo. Ma non è più sport, il calcio è facciata, è stadio, ultrà e mercato e corruzione. I valori dello sport sono persi nel calcio, tutto il resto prevale togliendo allo sport i suoi caratteri che sono il bel gioco, il divertimento, la passione. Guardiamo allora ad altri sport e vi ritroveremo questi caratteri e magari sapremo rispolverarli e riproporre la lezione anche al nostro re decaduto: il calcio.
Di recente riscoperto come fosse la nuova via per la felicità è il basic life o easy life o altri appellativi che ora non ricordo ma che i lettori più aggiornati sapranno individuare. A Londra la nuova moda è andare a vivere in campagna, in bicicletta e comprando solo prodotti locali. Sembra si stia meglio. Ora, io vivo in campagna, vado in bicicletta, compro al negozio vicino a casa se mi manca qualcosa ma non mi sento meglio. Forse perché non ho vissuto l’eccesso dello stress a cui chi ha scelto la campagna è stato abituato. Il peggio di fronte al meglio sembra molto, molto, peggio. Ma, seppure ritengo sia necessario ridurre i consumi per vivere con meno frenesia: la frenesia all’acquisto per es., ritengo ancheche noi non possiamo più rinunciare a certe comodità: la lavatrice, la lavastoviglie, la domestica per alcuni che lavorano tutto il giorno. Il motto è: lavora di meno e spendi di meno e sarai più felice. Ma: se lavoro di meno non posso pagarmi la domestica e i lavori di casa li devo fare io. Se mi piace, ok. Ma se li odio? Meglio la domestica e siamo felici in due: io che non lavoro e lei che lavora. Come in tutte le cose il compromesso è la via migliore e il buon senso. Lo sapeva bene Epicuro che da parecchi secoli ci dice di mangiare e bere con moderazione. Come a dirci rendendo contemporaneo il suo pensiero: non cadere negli eccessi qualunque sia il tuo. E poi starai meglio. è solo e semplice buon senso niente di più. Il basic e l’easy non centrano, sono solo mode.
La moda ha un rapporto molto stretto con la corporeità. Piaceva molto ad Oscar Wilde e sarebbe sicuramente piaciuta a Nietzsche che, se fosse stata più nota, lavrebbe catalogata come fenomeno omologante ma anche distintivo a seconda di chi la interpreta indossandola e da come viene spalmata sulla massa come modello. Le famose crocs, copiatissime e indossatissime questestate, sono divenute un fenomeno di massa per la loro versatilità e comodità; esse rappresentano una società oramai spogliata dei valori formali quali letichetta e il bon ton nonché leleganza esibita. Le crocs sono indossate dai medici cosiccome dallo yachtman con stili e usi distinti ma con lo stesso modello identificativo imperante, il casual. Siamo una società casual, dove tutto passa leggermente scivolandoci addosso e colpendoci in maniera superficiale quasi trasparente. La moda in questo caso scopre il nulla del nostro essere sociali con identificazioni superflue come le crocs.
Daltra parte la moda copre il nostro corpo, lo veste di colori e armonia o di disarmonia non importa, giudicheremo il risultato in base al gusto. Copre malesseri e disagi. Si va a vedere una sfilata di moda per il gusto di osservare modelli difficilmente indossabili ma allapparenza meravigliosi (alta moda); la moda è svago, la moda è cultura, rappresenta il nostro vissuto storico e sociale. La moda copre unesigenza di divertissement che luomo e ancor di più la donna contemporanea sentono perché non hanno altro a cui appigliarsi. Il valore delleffimero come bel godere è uno dei pochi che ci è rimasto.
1 settembre 2007 Il relativo, il precario, il senso
Aggettivi moderni, anzi post-moderni perché accompagneranno la nostra vita sociale ancora per parecchio. La moda li incarna tutti. La moda è senso, palpabile, indossabile e in primis visibile, si pensi al mondo delle sfilate e al ruolo che la vista dello spettatore ha in esse. Tutto è pensato per soddisfare quel senso: le luci, la scenografia, le modelle e gli abiti. Non vengono toccati in quel momento ma solo guardati con una presa a balzo, deffetto quindi relativa, veloce, precaria, La moda è precaria quanto al società , non dura nemmeno un mese perché il mese successivo è già pronta la nuova stagione, il marketing impone ritmi velocissimi a cui si sopravvive solo roteando come trottole in un mondo vorticoso che non si ferma mai. La moda è relativa: uno stilista vale laltro proprio perché produce per il mero mercato, difficilmente oramai per se stesso e solo in qualche rara occasione. Quindi il vero protagonista è il cliente, il centro del mercato stesso. Ha senso una moda così?Finché si compra certo, solo che la si spoglia del suo valore primo: la bellezza. Perché la bellezza passa in secondo piano.
28 agosto 2007 Il nuovo Dio
Nietzsche nello Zarathustra scrive che noi siamo corpo e al di là di esso c'è il nulla. La nostra vita si riduce a corpo e percepiamo la nostra ragion d'essere attraverso il corpo. Nietzsche, alla ricerca perenne di nuovi valori, aveva scoperto un nuovo Dio: il corpo. C'è voluto un secolo ma il nuovo Dio è emerso in tutta la sua pienezza e si è dato a noi in questo nuovo millennio. Noi osanniamo questo Dio, lo culliamo e lo curiamo all'eccesso. Va di moda il Dio corpo. Morti i valori trascendenti ne abbiamo creato di terreni fra cui c'è il corpo in tutta la sua forma e bellezza e pienezza. Lo esaltiamo, lo mostriamo, lo adoriamo, lo formiamo, lo plagiamo. Alla fine, come per un vero Dio, ce ne rendiamo schiavi, tanto che quando esso non risponde (si ammala o semplicemente decade) ci disperiamo, inconsapevoli che della divinità ha solo le sembianza ma non lo stato: non è eterno, non è perfetto, non è immortale, non è infallibile. Crediamo in tutte queste doti e per un po' esso apparentemenete ci corrisponde illudendonci di possederle. Ma, in realtà, è caduco come tutto ciò che è terreno e quindi crolla. Nietzsche sapeva che tutto ciò che è terreno è caduco e ci aveva avvertito. la vita ha il suo lato apollineo, perfetto e armonioso, e il suo lato dionisiaco, tragico e decadente. Guai a escludere uno dei due lati si ha una visione miope di sè e del reale e prima o poi si svela l'illusione nella quale siamo caduti. Svegliamoci anche noi dal culto dell'illusione del corpo! Non acconsentiamo troppo a questa moda o sembreremo tanti ominidi di gomma che si aggirano guardando le proprie imperfezioni nascoste da protesi posticce più o meno evidenti, dove avrà più valore il corpo rifinito dal bravo chirurgo estetico.
2 giugno 2007
L'estetismo e i suoi accenti
Oscar Wilde e il suo "Ritratto di Dorian Gray" sono attualissimi. Ho avuto il privilegio di rivederne una rappresentazione teatrale in lingua, superba, e mi ha fatto riflettere e considerare che l'estetismo mai come oggi pervade e da senso alla nostra vita. L'estetismo in una delle sue forme più deleterie e corruttrici: la ricerca della perfezione esteriore che è immagine dell'eterna giovinezza. E' vero, si invecchia sempre meglio e i giovani sono sempre più belli, i fattori contingenti di tale stato di cose sono noti a tutti: benessere, attività fisica diffusa, alimentazione migliore. Però se queste attività riguardano la media e la norma, la ricerca assoluta della perfezione esteriore di sè diviene a tratti paranoica e corrompe. Corrompe nel senso che si è disposti a fare sacrifici enormi per mantenere tale esteticità, sacrifici che rasentano la follia. Non mi riferisco alle corse in palestra o alle diete forzate che in alcuni casi sono già al limite del lecito e denunciano un comportamento nevrotico: la nervosi sottintende un'ossessione e l'ossessione una paura: la paura di ingrassare e di invecchiare ossia di vedere deformarsi il proprio corpo. Il corpo è sicuramente la nostra vetrina, il nostro biglietto da visita, l'immagine di noi che forniamo all'altro appena ci vede e ci giudica. Vedo però persone curate nell'aspetto che pure mostrano una età avanzata e sono molto più piacevoli di altre che vogliono apparire in tutto e per tutto giovanili. Mi riferisco quindi alle cure estetiche e ai rifacimenti artificiali di parti del proprio sè (chirurgia estetica). Persone che hanno una bocca rifatta oppure hanno il viso tirato oppure hanno una faccia particolamente giovane perchè sottoposta alle suddette cure e il resto del corpo in disfacimento: mani rugose, gambe venose, pancia e fianchi appesantiti. E mi domando: ha senso ringiovanire una parte del proprio corpo evidenziando ancora di più la mancata giovinezza del resto? E' come se fossimo composti da due noi: uno giovane, il Dorian che non invecchia, che è sempre bello, e il resto, il ritratto che invecchia e mostra la nostra decadenza in maniera evidente e incancellabile. Che poi non riusciamo a noscondere e vorremmo rigettare nell'angolo come fa Dorian con il suo brutto ritratto. Questo è l'estetismo: la ricerca di una perfezione esteriore irraggiungibile che rasenta i limiti del nostro essere caduci e che non puo' cambiare. Non è più semplice accettare l'invecchiamento e il decadimento di sè e cercare di rallentarlo con una condotta di vita sana e saggia? Invecchiare bene non è meglio che ringiovanire falsamente evidenziando ancora di più la nostra anzianità e rendendoci per lo più ridicoli? La ridicolezza è il prezzo da pagare per ottenere l'estetismo.
30 Aprile 2007 Nietzsche, la moda e la leggerezza dell 'essere
Nietzsche ha distrutto i valori dei secoli passati e ha aperto la strada alle nuove interpretazioni dell'essere. Abbiamo avuto la filosofia esistenzialista, l'ermeneutica, l'epistemolgia e la filosofia analitica e tante altre che devono il loro contributo al filosofo. L'apertura nei confronti dell'essere che ci è posto dinnanzi come vita ed eternità puo' divenire intepretazione anche passando attraverso i dettami della moda. Analizziamo per comodità la moda a partire dagli anni '80: essa rappresenta con i suoi tessuti leggeri, impalpalbili e costosi la vanità dell'essere che emerge da quegli anni. Il mondo degli anni ottanta è il mondo del top models emergenti, del lusso, del boom economico, della vanità del vivere: si pensa molto di più al superfluo perchè il concreto è stabile, raggiunto e non crea problemi, quindi non viene messo in discussione. Si gioca sul vano e sul futile e la moda in questo la fa da padrone. Le top models brillavano in passerella, erano solari, brillanti nei modi e nei tessuti indossati: rappresentavano un mondo glamourous emergente. I luccichii della moda erano all'apice e così il suo mondo brillava come un mondo nuovo, pieno di vita, di colore, di gaiezza; le ombre sulla moda sarebbero arrivate dagli anni '90 in poi, guarda caso corrispondenti ad un periodo storico di grave crisi: guerra del golfo, congiuntura economico-finanziaria negativa (crollo della borsa), tangentopoli, scandali. La moda non era più quella patina brillante aggiunta al mondo che ne faceva essere un mondo diverso, altro da quello reale perchè patinato, ma altrettanto reale perchè vissuto, sognato e desiderato più che mai che porterà alla vanità come scelta di vita: il desiderio di avere un'esistenza facile, senza problemi, glamourous come quella di quelle meraviglioìse "stelle filanti" che erano le modelle degli anni '80. Un mondo interpretato che è divenuto reale almeno come sogno a cui aspirare per un vita che si crede migliore perchè più facile.
20 marzo La vetrina del centro
Vetrina presuppone il concetto di vetro e quindi di chiusura e di apertura nelle stesso tempo. Chiusura perchè è un luogo che si puo' vedere ma non toccare, apertura appunto perchè si vede quello che sta dietro che viene di solito ammirato, vedendolo. Nella vetrina è riproposto il gusto della contemplazione: vengo attirato dagli oggetti esposti in vetrina perchè sono appariscenti (oro, gioielli, brillanti ma anche semplici vestiti), perchè li desidero, perchè non li posso comprare. Si, perchè insito nel significato di vetrina vi è anche il concetto del desiderio, di ciò che manca e il valore della vetrina sta proprio nella percezione del desiderio e nel godimento del puro desiderato: ti vedo ma non ti posso avere e quindi passo a contemplarti dall'esterno, da lontano, senza toccarti. Se ti toccassi o ti vedessi più da vicino svanirebbe quel senso del mistero che è sempre legato a qualcosa che si vuole perchè magari percepirei un qualunque difetto che farebbe svanire la meraviglia che tu oggetto hai suscitato in me appena ti ho visto nella vetrina.
Ma la vetrina oggi ha ancora senso? Rimane quel fascino un po' retrò della vetrina del centro? Credo proprio di no. In questo mondo dove tutto è alla nostra portata, dove la vetrina è entrata in casa on line, dove io entro in un negozio qualsiasi perchè so già cosa voglio e se lo voglio acquistare, la vetrina non ha più senso. la vetrina esprimeva un sogno, il sogno di possedere qualcosa che non ci si poteva permettere e che si poteva solo desiderare godendolo da lontano. Ora che si puo' possedere tutto o quasi si va direttamente all'acquisto perdendo il sapore del desiderio. Infati l'acquisto diviene frenetico e molto più usuale e l'oggetto non è più sognato ricordando di averlo visto in quella bella vetrina del centro.
13 marzo 2007 Moda e feticci
Modello Furla estate 2007
Le scarpe sono un feticcio fra i più accreditati nella storia della psicologia e della psicanalisi. Con esso si sostituisce una mancanza o una perdita: laffetto della madre o la mancanza delloggetto fallico.Al di là delleinterpretazioni che riguardano laltra disciplina, in questa è più interessante riprendere il ruolo del feticcio come ricorrente acquisto e accessorio di moda che diventa quindi non più un qualcosa di contingente, di accessorio appunto ma qualcosa che è necessario prima comprare e poi possedere. Ecco che il feticcio rimanda allelemento ricorrente delle nostre riflessioni: lacquisto,il bisogno di acquistare qualcosa che manca per soddisfare una senso di vuoto: il vuoto, il disagio e la frustrazione che permeano lesistenza di chi fa acquisti costanti e concitati, di chi usa lacquisto come valvola di sfogo.. Chi abbisogna di un acquisto ricorrente aggiunge a questo bisogno il desiderio di possedere un oggetto particolare che in questo caso si può indossare, guardare, esibire, mostrare. Il feticista non è il collezionista: il collezionista ama loggetto che colleziona per le sue caratteristiche estetiche o per la rarità di esso e quindi per il suo valore intrinseco; il feticista ama il feticcio apparentemente per il suo valore estetico, inconsciamente per ciò che rappresenta (lamore o loggetto fallico che ne è il suo simbolo). La scarpa è da sempre più importante di una altro indumento quale puo essere un maglione o una gonna perché ha una funzione e un uso più utile, protegge il piede dal freddo o dal caldo, evita lindurimento cutaneo ed eventuali ferite dovute al camminamento scalzo. Quindi da oggetto necessario è divenuto a poco a poco nel corso della storia della moda oggetto abbellito (come sempre avviene in questi settore: qualcosa nasce con una funzione, uno scopo e poi assume valore in sé e questo valore è dato spesso dalla sua esteticità e dal costo). In più assume una connotazione inconscia ed è oggetto di culto in quanto simboleggia laffetto mancato, il desiderio represso; la frustrazione che ne segue viene sedata dal possesso e dal godimento del feticcio stesso che si sostituisce alloggetto che simboleggia nellimmaginario individuale e soddisfa il desiderio creando godimento. I feticisti contemplano i loro oggetti, gli creano uno spazio apposito fisico (un luogo deve conservarli) e psichico nella mente e nella memoria. In presenza del feticcio osservato e accarezzato il feticista è felice, gode del suo oggetto simbolico; in assenza del feticcio usa la memoria e limmaginazione per richiamarlo a sé e goderne comunque.
25 febrraio 2007 La moda è dionisiaca o apollinea?
Secondo Nietzsche nell’arte greca che rappresenta la realtà vi erano sia la componente dionisiaca sia la componente apollinea che insieme denotavano reali elementi della vita e della storia dell’uomo e per questo venivano rappresentati. Il pubblico recuperava attraverso la visione della tragedia componenti della propria natura e della propria vita nonché della propria tradizione e li interiorizzava avendo coscienza del lato tragico dell’esistenza nonché di quello gioioso.
Se consideriamo la moda una forma d’arte possiamo trovare nelle sue manifestazioni nel corso della storia del costume sia la componente dionisiaca che quella apollinea.
Prima è necessario però fornire una breve descrizione di ciò che significano queste due accezioni.
Per componente dionisiaca si intende la parte irrazionale, gaia, imprevedibile di ogni accadimento o ente o manifestazione d’essere. Per componente apollinea intendiamo la parte razionale, rigorosa e determinata di quanto sopra. La moda può essere considerata sia come manifestazione d’essere:un fenomeno di moda è una manifestazione d’essere, una determinata moda nel corso della storia (i dandy, gli yuppies, i paninari ecc) sono sia accadimenti che manifestazioni d’essere, i soggetti che indossano moda sono enti. Come tali posseggono la componente apollinea e quella dionisiaca. Facciamo alcuni esempi per chiarire i concetti: gli hippies degli anni settanta nell’apparire facevano prevalere la loro componente dionisiaca: gioa di vivere, simbiosi con la natura, amore libero, i loro abiti erano la rappresentazione di tale componente:colorati, stracciati, mischiati in stili e tendenze, non seguivano alcun rigore o regola se non quello di trasgredire le regole della società conformista alla quale appartenevano. Però il messaggio che essi proponevano era razionale: “distruggo gli ideali della classe borghese (rigidità, conformismo, progresso, inquinamento) per proporre quelli della nuova generazione (libertà, uguaglianza, ecc) e quindi per proporre nuove regole; il messaggio conteneva la componente apollinea. Vestirsi hyppie non voleva più essere solo trasgressione, un modo di apparire; era anche fornire un messaggio e abbracciare tale messaggio consapevolmente soprattutto quando gli hyppie hanno abbracciato la lotta politica e ne hanno seguito le manifestazioni. Nella moda attuale troviamo prevalentemente la componente dionisiaca: “fai ciò che vuoi, sii ciò che sei e non seguire particolari regole di stile”. Tutto va bene, tutto ritorna, ma se allarghiamo lo guardo e consideriamo la moda come un'industria sappiamo benissimo che essa ha delle rigide regole di mercato da seguire. Dalla qualità delle fatture degli abiti, al presso, alla concorrenza, regoleche di per sé non fanno parte del mondo della moda ma di quello del markteting ma su di essa si riflettono e influenzano anche il prodotto finale. Per es.- indossiamo sempre di più capi sintetici (viscosa, lycra) e sempre meno capi naturali. Gli stilisti e le riviste ci dicono: “sono trendy , sonobelli, sono pratici, sono allegri, sono dionisiaci; però al di là di queste esternazioni gloriose stanno le rigide regole razionali del prezzo!
16 febbraio 2007
Gli short
Senso e scopo del capo d’abbigliamento e riscontri sociali in merito
Ossia corti, decisamente corti. Gli short nascono per mostrare qualcosa di sé. A livello percettivo delle belle gambe, un bel sedere; a livello psichico una personalità che è realmente disinibita o che vuole apparire tale. Gli short non sono eleganti, anche se gli stilisti alle ultime passerelle li propongono in tessuti preziosi, per la sera, non sono decisamente bon ton. Il galateo più o meno sommerso non presenterà mai gli shorts come indumento preferito per una prima a teatro o una cena importante. Sono decisamente un indumento informale, rispecchiano situazioni e ambienti non convenzionali, si portano in campagna, al mare, la sera in discoteca, difficilmente si vedono a scuola o in ufficio, sostituiti dai più casti bermuda lunghi fino al ginocchio.
E torniamo al punto di partenza gli short fanno apparire.
Apparire rivela l’essere o una porzione dell’essere. Ma quale essere? L’essere soggetto che sceglie di indossare l’indumento e di fornire all’interlocutore un chiaro messaggio: ”mi piace farti vedere questo lato di me (inteso sia esteriore sia interiore, nel senso che io voglio comunicare la mia reale o presuntabellezza e non mi vergogno ad indossare gli shorts e quindi non sono neanche timida oppure voglio far sembrare di non esserlo. La timidezza viene semmai svelata da altro: da uno sguardo abbassato, dall’arrossire mentre l’altro guarda.)
In più indossare questo capo rileva altro; rispetto all’essere: indossare gli short quest’anno significa essere fashion victims ossia attente alla moda che li propone come un must esubirne il fascino. Indossare gli short sempre vuol dire apprezzare il capo per le altre doti che esso ha: mostra le parti belle del corpo ed è anche pratico, ti puoi muovere, puoi fare sport, andare in bicicletta senza che tu possa suscitare ilarità se ti si vede altro oltre alle gambe. Non ho scritto scandalo perché orami non fa scandalo più nulla, è più scandalosa una suora di clausura che una signora o signorina che gira nuda per il centro di Rimini). Gli shorts rivelano inoltre qualcosa dell’ambiente: siamo in un luogo dove si accetta l’indumento: puo’ essere un circolo sportivo oppure un centro di benessere o un’area balneare fuori città oppure siamo in montagna, infatti il capo si prestaspesso anche per la pratica di un’attività fisica come il passeggiare, il trekking, la bicicletta lungo il fiume e anche per lo svago: la passeggiata verso il centro di Milano Marittima per fare shopping nella pausa pranzo o nella pausa sole. Gli shorts permettono anche considerazioni di carattere sociale: sono indossati a seconda del buon gusto da persone orami di tutte le età, non sono più appannaggio dei teen. Ciò significa che il costume degli anni 2000 è disinibito al massimo e l’etichetta vale ormai molto poco, anzi l’etichetta è diventata il fashion, se sei fashion se in, sennò sei out. Ci può stare anche un’ultima osservazione. La gamba nuda è nella nostra società sempre più mostrata e se viene mostrata deve essere bella, perché viene guardata proprio perchè suscita piacere in chi la guarda e quindi viene estremamente curata, abbronzata, depilata, è perfetta. L’estetismo nella nostra società impera e rivela ben poco dell’essere perché al di là dell’apparire c’è poco da guardare e da scoprire!
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