Modalogizzare

             Introduzione alla filosofia della moda e ai suoi correlati essenziali

 

Prefazione

Scrivere di moda è un’esigenza contemporanea.

La moda esiste da sempre. Gli egizi e i romani erano dei gran modaioli e lo erano anche i classici greci anche se da sempre più sobri. Dove esiste una società complessa, esiste la moda perché accompagna il nostro inserimento in società. Essendo il nudo un tabù e in molti paesi dal clima freddo o temperato un’impossibilità fisiologica, l’abito è divenuto necessario per coprire il nostro corpo e da elemento necessario  con l’evolvere della civiltà è divenuto ornamento che si accompagna e favorisce il bello apparire. Se l’abito è un elemento necessario dello stare in società - in casa propria ci si può permettere anche il lusso di essere nudi, esso si è sempre reso bello con fatture e tagli diversi a seconda delle epoche e delle stagioni rappresentando quel determinato costume proprio di un popolo. Ad es . i romani usavano i mantelli per coprirsi dal freddo perché non conoscevano i bottoni e le cerniere lampo e il mantello di tessuto naturale come la lana è divenuto con il passare del tempo di velluto magari rosso perché il rosso è il colore della festa e dell’onore ed ecco che il mantello rappresenta in maniera chiara una società in cui l’onore e la gloria sono fondamentali.

Ultimamente molti sono gli autori che scrivono di moda e anche la mia filosofia si è interessata al fenomeno in maniera ampia (www.modalogia.it  -  http://modalogia.style.it).

Perché scrivere di moda?

Perché la nostra società dell’apparire a tutti i costi e del perfetto come mito ha dato alla moda un ruolo privilegiato nel raggiungere tali scopi.

 

In questo trattato che sia aggiunge alla rubrica Sense and style presente nel sito si proverà a definire la moda nei suo connotati essenziali, nei suoi correlati altrettanto necessari e nei suoi scopi, cercando di leggere la moda nei suoi ruoli e nei suoi attributi e dandole lo spazio che merita nella storia della filosofia. La moda non è solo apparenza, non è solo mercato ma vestendo l’uomo veste la storia e la società e con essa ha legami e vincoli che non possono essere ignorati. In più la moda è un modus attraverso il quale l’uomo manifesta se stesso. La moda, come l’arte, esprime l’umanità nei suoi bisogni e nella sua natura, quindi proveremo a definire la moda in questi termini.

 

Società random

Mi piace definire la nostra società, rubando il termine agli americani, società random. Secondo me significa che la nostra società procede caoticamente, è composta da plurisistemi caotici e propone individui con un’esistenza caotica.

Procede caoticamente perché non ha punti di riferimento stabili né scopi stabili che non siano quelli del singolo in questione: l’uomo politico da una parte e l’uomo della strada dall’altra che si ignorano anche comunicando perché troppo concentrati sulle proprie singole esigenze e quindi senza costruire alcun dialogo fruttuoso per entrambi. Le esigenze dell’uno cozzano contro quelle dell’altro. La società contemporanea è frutto dell’epoca moderna  ed è sorta in contrasto ai totalitarismi e al fallimento della risposta ad essi: il sistema democratico. La nostra società è un insieme di sistemi e di poteri non più nitidi e difficilmente definibili dove prevale un modo di governo piuttosto che un altro a seconda delle situazioni alle quali ci si adatta senza chiedersi se è giusto a prescindere. Il giusto diviene il comodo ed è quindi contingente, perde il carattere di universalità che in linea teorica dovrebbe avere. Gli individui conducono all’interno della società un’esistenza caotica perchè i sistemi macro e micro nei quali sono inseriti non fungono più da punti di riferimento stabili. Il concetto di patria, almeno nel nostro paese, è un termine nebuloso e labile, il sistema di governo è debole e frammentario, la famiglia non è più una colonna portante della società e si relativizza (esistono tanti tipi di famiglie con modelli e valori diversi a seconda delle componenti e delle dinamiche). Il lavoro che  dovrebbe garantire dignità e stabilità all’uomo è precario e quindi non garantisce stabilità e molto spesso nemmeno dignità. Si lavora per il mero denaro e il lavoro è solo in funzione del guadagno, non della realizzazione di sé. Non rende liberi, rende schiavi del sistema plutocratico nel quale si è inseriti.

Cosa centra la moda con questa analisi più o meno grossolana della società odierna? la moda è espressione della società e in parte offre alla società random una risposta positiva. E’ espressione della società perchè anche la moda come la società è sempre più relativa e precaria. Non ci sono idee stabili di riferimento, nella moda vale tutto e niente, tutto è relativo. Forse l’unico punto di riferimento che le case di moda hanno è il mercato e il frutto quindi il guadagno. Perciò la moda come il lavoro è frutto della società alienata perché non produce per il piacere di produrre e quindi per se ma per il mero guadagno. In più nella moda ormai non ci sono più regole: non c’è più differenza fra maschile e femminile, fra estate e inverno, fra una stagione e l’altra. Un altro elemento che avvicina alla moda la società e che prima non ho sottolineato è la velocità in cui tutto si crea e tutto si esaurisce. La nostra società ha accorciato i tempi nei quali una cosa vale e l’altra no. Nel passato recente ci si rendeva conto che se una cosa aveva valore lo aveva per tutta la durata della vita o quasi. Oggi no. Il lavoro non è per sempre, la famiglia non è per sempre, le idee non sono per sempre. Il che non è sempre un danno: la flessibilità arricchisce ma se supportata da un ché di stabile, se la flessibilità diviene l’unico elemento stabile destabilizza. Anche la moda quindi come la società è caotica: non ci sono  più categorie ben definite né case di moda più importanti di altre che dettano uno stile. Pensate al Made in Italy o all’alta moda francese, icone della moda che hanno imperato e dettato modelli per anni ma che ora sono uno nel mucchio che sgomita come sgomitano gli altri per arrivare in cima e per restarci il più possibile senza alcuna certezza di rimanerci neanche grazie al proprio marchio che si è deprezzato nel senso che ha perso valore come tutto il resto.  Però la moda è sogno, la moda è fantasia, è proprio questo suo lato onirico che salva la moda perché gli fornisce ancora un valore. Il valore del bello e del sogno. Guardando la moda, la bella moda, si ha ancora l’illusione di sognare e di godere del bello che la moda propone. E anche se è sogno e quindi illude non importa perché dona valore di cui chi apprezza gode.

 

La società random e l’atomismo

Abbiamo scritto che nella società random ciascun individuo è per sé e solo per sè, non tenta nemmeno di riconoscere hegelianamente l’altro, non è interessato perché il suo obiettivo è la mera realizzazione di sé usando l’altro come mezzo e difficilmente considerandolo kantianamente come fine. Si puo’ paragonare la società random alla concezione del mondo che aveva Democrito fatta di atomi caotici a se stanti che si muovono scontrandosi l’un l’altro sgambettando per ottenere il proprio posto nel mondo. “Fatti più in là!” sembra dire l’atomo al suo gemello, senza considerare che ha egual diritto come lui di stare al mondo e di collocarsi in esso.  Nel mondo della moda ciò è evidente nel rapporto che sussiste fra le modelle, corpi sgambettanti alla mercè del caso, sgambettano fra un casting e l’altro alla ricerca di fama e gloria, effimera e caduca anche quella perché dura molto spesso solo i tempo di una sfilata, e indifferenti alla vicina con la quale condividono sogni di gloria. Evidente è solo lo scopo, lo sgambetto è il mezzo, l’audacia e la fortuna i correlati contingenti, il caos il contesto e il correlato essenziale della loro esistenza e natura. Anche la vita della modella è sregolata negli orari e nei lavori, negli interessi e nelle passioni, assolutamente incerti e vaghi e massimamente eterogenei fra un individuo e un altro. Si sottolinea l’assoluta differenza fra individui nella società random, ma se la differenza è in linea teorica prerogativa di libertà: io sono libero perché sono diverso da te, sono altro e pertanto devo essere rispettato in quanto altro; ora diviene semplicemente pretesto di privazione e sopraffazione: io sono diversa e quindi migliore perciò prevalgo su di te, sfilando al posto tuo oppure tu sei diversa dal gruppo e quindi vieni esclusa. Sia che lo si consideri qualità sia che lo si consideri difetto il valore del diverso isola e priva l’altro di ciò che il diverso guadagna. Non si condivide più lo stare insieme per un obiettivo comune, sembra che l’isolamento sia per l’uomo contemporaneo una infinita ricchezza, in realtà è espressione della società alienante nella quale siamo ficcati che privilegia il corpo e quindi aliena la mente, che privilegia la massa e quindi aliena il diverso, che privilegia il migliore occasionale e quindi esclude il cosiddetto normale, lo stereotipato. Lo stereotipo della moda e della società sembra essere: io è bello e tutto il resto? Aria fritta, non ha più alcun valore.

 

Solo materia?

Si giudica il mondo in base al materiale: Quanto costa? Quanto vale? In termini di denaro si intende. Ciò che va al di là del concreto e del tangibile sembra non contare più nulla per nessuno. Si è immersi in un mondo fatto di cose concrete, più si ha, più si è: ricchi, famosi. Sono gli unici valori che contano. Si appare in televisione come un signor nessuno e dopo poco pur vivendo nell’effimero di un’esistenza senza spessore si diventa famosi perché magari si riesce a mostrare un bell’aspetto o una parte di sé, l’immagine che si dona alle telecamere. Si ha un’immagine ma non si è quell’immagine, appare solo ciò che abbiamo venduto al pubblico. Quanto vale quell’immagine in termini di denaro? Vale un po’ sicuramente, un tot che permette anche solo per una stagione di cambiare stile di vita, migliorando il nostro  benessere materiale. Dire: sto bene equivale a possedere una bella casa, una bella macchina, una bella donna, un bel po’ di tempo libero. Anche il tempo si misura in denaro. E’ sempre stato così, mi si obietterà, ma mai come oggi è vero. Chi ha denaro ha più tempo anche per spenderlo. Chi non ce l’ha deve guadagnarselo solo per sopravvivere. Ma noi siamo solo il nostro materiale? La nostra essenza è costituita solo da questa apparenza del nostro tutto? Abbiamo qualcosa che si possa misurare non in termini di semplice valore economico? Una cosa mi viene in mente: la felicità. La felicità non è il benessere, non è il possesso materiale, è uno stato d’animo, fortunatamente per noi fornito da diversi fattori, anche non tangibili come un sorriso donato al momento giusto. Vedere il sorriso della persona che si ama è un momento di felicità impagabile. Ora la moda cosa centra con quanto detto sopra? La moda entra nel discorso in quanto nel suo essere fenomeno tocca i due temi affrontati. La moda è un mondo fatto di apparenza di denaro e di possesso. E’ un mondo ricco, è un mondo materiale, è un mondo che produce denaro. Coloro che frequentano l’ambiente della moda sono persone che per lo più hanno uno status sociale medio alto. Hanno molto tempo libero e hanno denaro da spendere. La moda offre svago e divertissement, offre oggetti che fanno parte delle cose possedute e da mostrare: la scarpa firmata o la borsa marcata che esprimono lo status di appartenenza e fanno parte di quegli oggetti che donano benessere, che rappresentano il benessere. Ma io credo che la moda non sia solo questo. E nel suo essere più alto  e nel suo valore aggiunto abbia un qualcosa in più. Perché la moda quando è creatività, quando si produce un bell’abito o un una bella sfilata non è solo un oggetto o un prodotto, è un sogno, è arte e come tale procura godimento. Forse non felicità ma sicuramente piacere nel bel vedere.

 

Solo individui o individui soli?

E’ un gioco di parole per evidenziare un duplice aspetto dell’essere umano: l’individualità e la sua solitudine che nell’epoca contemporanea si percepisce in modo acceso (evidente). L’uomo è un individuo, uno fra i tanti, uno come tanti. La nostra società, frutto dell’omologazione lo evidenzia perché produce soggetti tanti ma non diversi, omologati per così dire. La moda ha la sua parte perché facendo tendenza, esportando un prodotto e favorendone la vendita omologa. Pensate alla generazione dei ragazzi i-pod: hanno tutti questo strumento, grande innovazione tecnologica e apprezzata anche da chi scrive. Ma ciò cosa significa che se non hai l’i-pod sei classificato come out come fuori dalla tendenza, non omologato. L’omologazione per chi ne fa parte è motivo di orgoglio e non di alienazione dal sé come direbbe un filosofo. Alienazione dal sé appunto perché omologa, appiattisce, rende tutti uguali pur essendo noi individui distinti.  L’i-pod aliena anche per la sua funzione: ascoltare musica ti isola dal resto, dagli altri, ti proietta in una realtà multimediale nella quale i pensieri sono sovrastati dalla musica e la strada verso il divertissement come divergere dal pensiero e dalla fatica del pensare è la via più seguita. Ci sono le eccezioni e la colpa non è dell’i-pod, è solo uno strumento. Infatti ci sono coloro che riescono a riflettere anche con la musica nelle orecchie e coloro che non usano affatto l’i-pod. Comunque l’i-pod per la sua forma e versatilità si presta molto meglio del vecchio lettore di musica, il lettore cd, all’uso costante dell’elemento, che accompagna il quotidiano e lo stordisce, lo aliena, lo isola.

Solo individui, un riconoscimento di imperfezione e di precarietà in questa definizione, l’uomo non è perfetto, l’uomo non è Dio, l’uomo non è l’unico uomo, non è l’unico a vivere in una condizione di disagio. Come lui tanti, solo individui appunto. Ma essere solo individui può diventare anche un punto di forza: sono solo un individuo, ne sono consapevole, riconosco i miei limiti e me ne faccio una ragione, cercando di vivere al meglio la mia individualità emergendo dal gruppo, non come modello negativo ma come modello positivo. Sono consapevole della precarietà della mia esistenza, non per questo vivo in maniera precaria: mi cerco un lavoro, mi costruisco un’attività, una famiglia, cerco di affrancarmi dalla mia precarietà mettendo radici.

In fondo l’uomo ha sempre cercato di sopravvivere a se stesso e alla propria precarietà semplicemente riproducendosi, costruendo nuclei sociali: le famiglie. Ma ora anche il modello familiare non da più certezza, è un modello etico in crisi, è un modello ontologico in crisi. E’ in crisi dal punto di vista etico perché  non offre più valori stabili: l’autorità all’interno della famiglia non si sa più da chi è condivisa, da chi è occupata. Il modello paterno non è più un modello. Gli insegnamenti non sono più insegnamenti. Si vive all’interno della famiglia come nuclei isolati (modello ontologico in crisi), un nucleo diviso in altri nuclei a se stanti, indipendenti, monofunzionali. Siamo individui soli. La moda trasmette questi segnali. Crea un abbigliamento sempre più unisex spersonalizzante e propone elementi all’interno del suo sistema che sono spersonalizzanti: i manichini al posto delle modelle nelle sfilate, denunciando l’inutilità del corpo umano e della persona. Per vendere non mi serve una bella donna, mi basta un bel vestito.

 

Il tempo soggettivo

Il tempo random, senza scopo, determinato dal contingente

In una società caotica, senza ordine e senza reali misure universali, in quanto tali solo convenzionali, come è il tempo? O meglio come viene percepito? Come si calcola? Ammesso che nella nostra società vige il sistema convenzionale basato sulla misurazione oraria e definito dallo strumento orologio, sostengo che la percezione del tempo non sia più nitida e chiara e sia random essa stessa. Ciò significa che il tempo viene percepito soggettivamente e addirittura usato soggettivamente a seconda del caso, della situazione. Il tempo assoluto non esiste, ne siamo convinti da Kant in poi ma lo saremmo stati anche prima se avessimo attribuito maggiore importanza a S. Agostino che aveva già chiaro che il tempo è solo la percezione che noi abbiamo di esso. A rafforzare tale pensiero interviene Bergson che ci dice che il tempo è durata e che non percepiamo i singoli dati del tempo che si susseguono uno dietro l’altro (per fare ciò dobbiamo compiere una numerazione e quindi un’astrazione); invece noi percepiamo il tempo come durata, come flusso continuo che scorre. Del resto molta letteratura dall’Inghilterra a noi si è costruita sul concetto dello stream of consciousness, dello scorrere dei nostri pensieri a cui funge da sottofondo la percezione della durata (dello scorrere dei pensieri appunto). Ma percepiamo il tempo sempre nello stesso modo e lo usiamo nello stesso modo? Io credo proprio di no. Il tempo al di là delle convenzioni pratiche e universalizzanti, viene percepito diversamente da soggetto a soggetto e in maniera diversa a seconda delle situazione. In tale percezione mutata rientra anche il cambio sociale che l’ha probabilmente causata. Nella società medievale il tempo era uguale per tutti: dall’alba al tramonto, scandito dalla preghiera e dal lavoro. Nella società industriale il tempo era altrettanto uguale, scandito dal fischio della fabbrica. Non ci si preoccupava del tempo, esso scorreva definito dalla quotidianità simile per molti. Nella nostra società dove i paramenti comuni di vita sono scomparsi non c’è un tempo omogeneo e uniforme ma vi è un tempo stabilito dalle singole professioni, dai singoli status sociali e dal singolo carattere nonchè dalla situazione contingente. C’è un tempo dei ricchi, molto ben diluito e speso, c’è un tempo dei borghesi, molto frettoloso e stressante, c’è un tempo dei poveri, molto lento e constante. Lo status sociale interferisce sulla condizione del tempo e sulla sua percezione nonchè sulla sua qualità. Ma non solo: io percepisco diversamente il tempo che scorre quando sono felice, magari mentre sto amando qualcuno e quando sono infelice magari perché l’amore è finito. Nel primo caso il tempo è velocissimo, nel secondo molto più lento. Nella percezione del tempo interviene la sensazione di felicità che lo accorcia e di dolore che lo allunga. Quando faccio un lavoro che mi piace il tempo scorre veloce, se non mi piace lento. Allora il tempo e la sua durata sono legati alla sensazione di piacere e dolore a cui il tempo si accompagna. Ma il tempo è percepito diversamente anche da soggetto a soggetto. A seconda del carattere il tranquillo percepisce il tempo con minore frustrazione ed esso gli scorre accanto con noncuranza e quindi sembra passare più veloce. L’inquieto percepisce le minime sfumature del tempo ed è  più attento a tutti i suoi segnali: un rumore e una parola scanditi nel tempo; la percezione del tempo che egli ha è ingrossata da tali sensazioni e riflessioni e quindi sembra più lungo proprio per questo. Lo si capisce bene quando si va in auto. Il tranquillo non ha la sensazione del tempo che scorre e guida con prudenza. Dietro gli si accosta quasi sempre un agitato, che ha fretta semplicemente percepisce il passare del tempo con più attenzione e quindi vuole accelerare la corsa proprio per non perdere tempo. Magari tale sensazione di lentezza dello scorrere è rafforzata anche dalla reale necessità di non perdere tempo: sono in ritardo! Il concetto del non perdere tempo è tipico dell’epoca contemporanea ma è frutto del novecento e della corsa al guadagno che lo caratterizza. Io rincorro il tempo per farlo fruttare al meglio. Il tempo è legato al guadagno: più guadagno meno tempo perdo. Ora si sta riacquistando un valore qualitativo del tempo. Lo spendo meglio e gli attribuisco qualità e quindi passa meglio senza accorgermene perché faccio ciò che mi piace, ottimizzo il tempo non più in termini di spreco e guadagno ma in termini di qualità ossia gli attribuisco un valore aggiunto. Tanto è vero che ha riacquistato valore la nozione di tempo libero come bene e come tale guadagnato, segnale di uno status di benessere sociale e perciò torniamo al concetto di tempo percepito e valutato diversamente a seconda dello status.

Ognuno ha una sua percezione del tempo.

La moda accarezza il tempo, lo segue passo, passo considerandone le evoluzioni nel costume. Cerca quindi di interpretare il tempo. Il tempo è il suo oggetto di interpretazione. Quindi per la moda il tempo non è più il solo percepito ma è l’interpretato ossia diventa la storia con la sua tradizione e la sua modernità. La moda spesso anticipa il tempo, intuendo un’ evoluzione del costume che viene poi razionalizzata ossia compresa appieno solo in seguito a fatto avvenuto. Oppure la moda spiega il tempo facendo suo questo costume, questa interpretazione del tempo. La moda ha a che fare con il presente, il passato e futuro inteso come storia. Perché pesca dal passato, interpreta il presente ed anticipa il futuro con le sue creazioni che fanno tendenza e o recuperano qualcosa già in voga in tempi altri. Ma il tempo della moda non è ciclico, è random (potremmo dire probabile nel senso che viene ripescato con l’andamento del calcolo delle probabilità, sempre incerto), perché io pesco dal passato mano a caso, per es. faccio ritornare in voga gli anni 60.  Si pesca caoticamente a seconda del momento del creativo in questione e dell’evento da interpretare: non so il disagio giovanile o la stessa fretta. La moda minimalista ricorda la ragazza twiggy ma è un mero caso, la moda a vita bassa gli anni settanta ma non c’è un legame storico o sociale; è un mero pescare legato più a un fenomeno del presente: il mostrare il corpo e la sua bellezza ossia è frutto dell’estetismo in voga oggi. Il tempo nella moda è random, segue il caso e interpreta pescando  a caso e facendo tornare il passato a caso e anche casualmente può essere innovativo. Si ha un’idea ma non si sa ancora se farà tendenza, se si è fortunati può essere. Non c’è un reale legame tra presente, passato e futuro nella moda, se tale legame avviene è un caso o una probabilità su mille altre possibili.

 

L’uso del corpo

Un tema che mi è molto caro, sul quale rifletto e che introduco nei miei discorsi filosofici. Il corpo ha uno stretto legame con la moda, molto stretto. La moda veste il corpo, la moda usa il corpo come veicolo di trasmissione. La moda senza il corpo sarebbe finita, non esisterebbe, si volatilizzerebbe come mera immagine e cadrebbe nel suo lato esclusivamente effimero senza essere di giovamento alcuno. Diverrebbe pura e semplice arte ma la moda estende il suo concetto al di là dell’arte, comprende il mercato, comprende l’uso e il consumo, comprende il corpo. La moda senza corpo finisce perché perde uno dei suoi connotati essenziali: la corporeità. Un abito acquista vero senso indosso a un corpo perché lo rappresenta nel suo stile e oppure nello stile altrui (penso a personaggi dello spettacolo e agli stilisti),  imitato da chi indossa l’abito,  rivela comunque un senso. La moda come l’arte svela sensi, significati e lo fa vestendo la corporeità. L’uomo nudo non esiste se non in particolari contesti: domestico o d’elite - penso ai campi nudisti, dove prevale una filosofia di vita che si basa sulla essenzialità e sulla libertà nonché sul contatto con l’ambiente, diretto e crudo ma se vogliamo vi è un rapporto con la moda perché ci sono periodi in cui il nudismo va di moda, fa moda e fa tendenza. Penso  alle modelle che si vestono di niente per campagne animaliste contro la pelliccia per es. o a Marina Ripa di Meana che ha fatto la stessa cosa qualche anno fa con le stesso scopo -  hanno usato  il corpo, la propria nudità per fare moda. E i nudisti usano la propria nudità o il corpo per esprimere un senso come fa la moda con il corpo. Vestire il corpo parte da una reale esigenza fisica: l’aver freddo o caldo, il coprirsi perché la nudità è tabù o il nudo è di moda (a seconda delle epoche). Ma poi diventa qualcosa di diverso e di pregno di significato. Il corpo vestito, dicevamo prima, esprime senso. Perché? Perché quando scelgo un abito, scelgo uno stile, e rappresento un’idea, la mia idea del ben vestire o l’idea altrui. Io scelgo lo stile casual perché ho una vita sociale informale e non ho bisogno di appiccicarmi a certe etichette di eleganza più o meno formale  quindi il mio abito esprime il mio stile di vita, la mia vita sociale e le mie esigenze, esprime un senso vero di quello che sono nella società. Ma il casual  mi rappresenta anche nella mia essenza, io vesto casual quindi sono una persona senza pretese, semplice nei modi e nelle relazioni, anticonformista e libera. Il casual è sinonimo di grande libertà e infatti socialmente è divenuto un modello. Tutti sono casual e tutti vestono casual: il nonno, il papà e il bambino; ciò si vede molto chiaramente nella società americana dove sono tutti uguali e anche da un po’ di tempo a questa parte (dagli anni ‘90) anche nella nostra società. Il casual esprime l’informale, il tempo libero, l’essere fuori da schemi lavorativi e sociali. Nel casual si è tutti uguali. Almeno all’apparenza perché oramai per noi italiani anche questo non è vero. Se il casual fa moda e tendenza e uniforma, il casual non è uguale per tutte le tasche. Ci sono jeans e jeans e ci sono scarpe e scarpe. Un conto è indossare un paio di Timberland, un conto è indossare le Superga, il casual a seconda della marca esprime ancora una volta uno status sociale e quindi, se omologa dal punto di vista delle abitudini e degli stili, diversifica stratificando socialmente e ponendo delle grosse etichette e differenze. La marca viene acquistata con il denaro, il denaro fa l’etichetta e la differenza.

 

Copriamoci di moda

Marx sostiene che la realtà è frutto della storia e la storia è incontro o scontro fra classi. Se utilizziamo il marxismo come categoria interpretativa e lo adattiamo a quanto già scritto, dovremmo dire che la storia è incontro fra individui o meglio scontro. Oppure dovremmo stravolgere Marx e dire come gli individui parallelamente ad altri costruiscono la loro storia e poi solo casualmente si scontrano come nella teoria del clinamen di Epicuro che Marx conosceva bene e sono costretti a percorrere pezzi di vita insieme. E allora si formano i gruppi, le nicchie, le classi non esistono più, implicano l’universale che nella società di oggi secondo me si è perduto. La moda, sempre per rubare il lessico marxista e applicarlo al nostro, è parte della sovrastruttura perché espressione della società come la cultura e l’arte, la religione e la politica. La moda da sempre è stata per i nobili, sui nobili e dei nobili. Dalle prime grandi civiltà alla fine dell’ottocento la moda era solo “alta moda” per pochissimi eletti e espressione dei modi vita e stile di questi pochi eletti. Nel Medioevo una moda monacale, vicino all’abito religioso e sicuramente più sontuosa ed elegante e più scoperta per slegare il sacro dal profano ma quello era il paradigma, il modello di vita sociale al quale si era legati e al quale ci si ispirava. Nel settecento la moda era sfarzosa e allegra, francese, il modello storico era infatti la Corte di Versaille e il re sole con i suoi banchetti e la sua vita mondana, volutamente spensierata per nascondere le magagne dei deficit e delle spese per le innumerevoli guerre a cui partecipò inginocchiando il popolo che non sapeva nulla di moda, non era una categoria del loro pensiero e quindi nemmeno del loro lessico. Poi arriva l’ottocento e impera il modello Austiniano: la donna seria e forte, molto razionale e rigorosa, colei che si apre ai salotti e che assume coscienza sociale e civile e allora la moda è espressione della società borghese e diventa finalmente borghese, non più nobile. C’è sempre distinzione fra il nobile e il mercante o il banchiere ma sicuramente le mode si avvicinano, la morigeratezza dei modi e delle mode viene imposta in epoca vittoriana a tutta la società inglese e di conseguenza a tutto il mondo in quanto l’Inghilterra domina. A fine ottocento influssi orientali entrano a far parte della moda perchè la società borghese e nobile è frutto dell’imperialismo e del primo reale incontro fra popoli. Ci si confronta su modelli e tessuti che vengono importati. Si esporta paternalisticamente la cultura europea e si importano le loro tradizioni in materia tessile molto antiche e molto bel confezionate. La cura del dettaglio e il sapiente uso del colore sono fondamentali in quel momento, fanno la moda esotica. La moda è espressione della prima multiculturalità nel mondo. Arriva anche prima della letteratura che è tutta filtrata dall’europeismo. Gli anni della belle epoque riportano in auge il modello scanzonato francese, se si fa caciara non c’è di mezzo Napoli perché è ancora del popolo ma “Paris” che è del mondo dei borghesi e degli intellettuali,. Siamo in un’epoca in cui la cultura e il teatro sono fondamentali e tutto ciò si riflette anche nella moda che disegna lo spettacolo del mondo attraverso la riproduzione del teatro di Parigi negli abiti delle signore. Gli anni venti vedono una commistione fra moda e ballo e il charleston insegna e crea  abiti leggeri e sinuosi proprio per ballare. Hollywood apre la scena e le dive del cinema diventano modelli di stile, rappresentano una società sofisticata e ricca, la prima espressione della moda come sogno per tutti. Negli anni sessanta abbiamo la moda del boom economico e dell’apertura mentale, le donne possono finalmente staccarsi dal proprio uomo e assumere una connotazione ben specifica nel costume sociale. C’è la modella twiggy, icona di stile, per la magrezza e l’audacia. La donna osa, si emancipa. La sua emancipazione sarà completa solo negli anni settanta dove condurrà le sue lotte alla pari dell’uomo, contro l’uomo o insieme a lui e la moda si adegua. Nasce l’unisex, espressione della vita in comune e della lotta in comune, annulla le differenze almeno ne denuncia il desiderio. Non ci sono o non ci vogliono essere differenze di stili fra i sessi. Poi arrivano i glamorous anni ottanta. Lussuosi, l’oro impazza e futili. La moda è espressione di un ritorno di benessere goduto. I ragazzi, i teen diventano la vera espressione di moda. A sottolineare la loro emancipazione e la  loro autonomia nel dettare stile rispetto ai genitori (i paninari: Il gruppo diventa importante, non la classe, non la società). Certo il gruppo è un riflesso sociale ma spesso accade anche il contrario e cioè che il gruppo influenzi l’assetto societario e lo modifichi. Ad esempio i paninari sono un fenomeno milanese, Milano è la vera capitale mondiale della moda in quegli anni, ma poi si diffondono in tutta Italia da gruppo diventano modello, espressione di uno status. Il minimalismo degli anni novanta rappresenta al meglio la crisi di quell’epoca e l’esigenza di un certo rigore etico che dalla politica passa alla moda. Meno soldi, meno spese, più diffusione, Le grandi case appoggiano il prêt a porter e non solo e non più l’alta moda. E ora? La moda è tutto e di tutti. Non c’è più un unico indirizzo e la moda rappresenta  la società random nella quale siamo, tutto resta e tutto va, tutto è di tutti e di nessuno. Non ci sono stili e forse nemmeno tendenze. Ci sono sporadiche stagioni, finite con le sfilate ma che propongono semplicemente la tendenza di un colore o di un tessuto o di un taglio e non una vera e propria moda. La moda non crea più grandi movimenti di stile. La moda si adegua al non senso e al non stile presente nella quotidianità.

 

La moda inganna?

Si può attribuire un carattere etico alla moda intesa come arte? La moda inganna come ingannava l’arte secondo Platone? La moda è illusione, è una coperta bella che maschera brutture di vario genere. Si può indossare un abito per nascondere una bruttura del proprio corpo e del proprio animo. “Ridi Pagliaccio” canta la famosa aria ma in realtà è un riso amaro e disperato. Il pagliaccio indossa un abito che diviene la maschera di se stesso. Anche la moda può arrivare a tanto, la prostituta indossa ogni giorno una maschera di sé e investe un ruolo che allontana dal vero sé come l’arte di Platone allontanava dal vero essere. Più semplicemente si puo’ vestire un abito a seconda dell’occasione e mascherarsi per tale occasione inscenando un altro sé. Faccio un esempio: sono ad una cena elegante e indosso un abito da sera, adatto all’occasione. Tale abito non mi rappresenta perché quotidianamente indosso jeans e sneakers però per l’occasione non potevo esimermi e mi sento fuori di me, fuori dal mio vero io tanto che tradisco l’impaccio.  (l’abito copre e svela allo stesso tempo la mia reale natura). E ancora voglio sembrare ciò che non sono e quindi compro abiti firmati per manifestare uno status socioeconomico che non mi appartiene, allontano l’altro dal mio vero status (può valere l’esatto contrario e se l’altro indaga su di me presto la maschera viene svelata perché dietro l’abito non vi è la sostanza), non vi è un sé che l’abito invece illude di rappresentare a me e all’altro che mi osserva. Consapevoli di ciò, siamo liberi di ingannare ma non riveleremo il nostro vero essere a meno che non dichiariamo l’inganno. Il pagliaccio si presenta come un pagliaccio, la sua maschera è sincera e quindi nella sua essenza reale. La prostituta propone a chiare lettere il suo ruolo e può rivelare il sotteso, il nascosto del sé nel dialogo sporadico che avviene con l’altro anche scegliendo il silenzio e ponendosi in quel momento solo come corpo, come oggetto del puro piacere sessuale. Colui che si abbiglia per mascherare il proprio sé non è sincero e allora usa la moda come inganno, come arte dell’inganno; non rivela il proprio sé né tanto meno le proprie reali intenzioni: ingannare l’altro. Allora la moda in questo senso assume una valenza negativa perché vela il reale sé sotteso al reale nascosto da abiti falsi, ingannatori. Nietzsche sostiene che l’arte inganna nel momento in cui non se ne rivela il suo vero scopo  e il suo vero status che è quello di interpretare il reale e di farlo alla maniera della favola. La favola, si sa, è mera narrazione, non pretende di essere vera, sa fornire un senso però e il suo status di favola è ben chiaro. Se io assumo un ruolo con un abito e dichiaro che questo è il mio abito di scena (pagliaccio) o di lavoro (prostituta) ho dichiarato il mio status e anche se esso non corrisponde al vero essere che sono io, vi è dichiaratamente un margine di verità, almeno nell’intento: dichiarare che in parte io sto mascherando e velando il mio vero essere.

 

 

dalla moda borghese alla moda popolare

Ci sono le tendenze che differenziano periodi seppur brevi di “mode” (per es. oggigiorno va di moda la berretta che ha rappresentato il rapper fino agli novanta e che ora è di tutte le classi sociali e di tutte le fasce d’età, è il classico esempio di un prodotto di nicchia che risponde ad un bisogno ed uso sociale ben preciso e che poi diventa fenomeno di moda nel momento che rappresenta una tendenza, la tendenza al giovanilismo imperante.  Il secolo diciannovesimo è il secolo del borghese e la moda veste il borghese più che il nobile che rimane legato ai propri scomodi abiti e ai propri tessuti preziosi nelle occasioni cerimoniali e che si accosta invece alla moda più semplice del borghese per il quotidiano. Diciamo che se politicamente e socialmente il nobile si imborghesisce ossia non resta più chiuso nel suo mondo privilegiato ma si apre alla società e alla politica facendo concorrenza al borghese stesso che si è guadagnato tali posizioni, la moda pensata per il borghese e veste anche il nobile. Gli abiti sono più semplici hanno linee meno elaborate e sono più pratici. Tanto è vero che se si guardano i dipinti che rappresentano scene sociali dell’ottocento si fatica a distinguere la  famiglia borghese da quella nobile; le due realtà si sono mischiate,  la borghesia tende ad assumere usi e costumi della nobiltà e viceversa. Il secolo scorso è invece il secolo della moda popolare e alcuni capi la rappresentano in maniera assolutamente degna; essi sono il jeans e la t-shirt. Indumenti del popolo dei lavoratori sono divenuti di tutti  con l’avanzare del secolo fino ad essere considerati must nell’armadio di ciascuno di noi. Alzi la mano chi non ha un paio di jeans e una maglietta nei cassettoni di casa.

 

 

 

La tendenza

Tendenza deriva da tendere (tirare, tracciare) a qualcosa. Nel significato letterale  di tirare e tracciare vi si trova un connotato interessante, quello del tracciato. Io, mentre faccio tendenza, traccio una via, “disegno” uno stile. Muovo gli altri verso qualcosa che io stesso ho ideato. La tendenza è come l’idea platonica che funge da modello per essere copiata dagli esseri sensibili. Noi siamo gli esseri sensibili e la tendenza è l’idea. L’idea partecipa del nostro essere nel mondo attraverso il suo vestirci, il suo esserci nel nostro esserci qui ed ora come luoghi di tendenza, incontri di tendenza. La tendenza è una strada da percorrere che accomuna per un certo tempo gli uomini di un luogo o di più luoghi. Attraverso la globalizzazione e internet quale mezzo di diffusione di immagini e suoni e voci la tendenza si muove secondo  un percorso trasversale e sincronizzato. La tendenza di New York è la stessa di Roma con le varianti definite dall’ambiente. Ad esempio se a New York è chic il cappello per gran parte dell’anno, a Roma solo sarà solo per un mese o due per via delle differenti condizioni climatiche e differenti usi già radicati. La tendenza non è un qualcosa di nitido e definito, è seguire la strada tracciata da altri per farla propria. Nel seguire tale strada si possono percorrere tracciati che si scindono dalla linea originale e ne deviano il percorso o semplicemente si definiscono su vie parallele. Guardiamo ad esempio alla tendenza di gestire un blog. Il blog è un diario on line e come tale ha creato una tendenza ma nel suo uso e stile ha subito vari percorsi e tracciati che ne hanno fatto un fenomeno di rete massiccio e globale. La tendenza dà una piega all’esserci nel mondo che da il via ad altre pieghe similari. Non si sa dove finisce, la sua teleologia è vaga e indefinita.

 

 

Lo stile

Frutto di abitudine, creato e riconosciuto, non è moda; fa la moda e ne prende solo alcuni elementi: quelli che seguono e sono consoni al gusto personale. Prescinde dalla moda, la anticipa e la crea, è un modello costante, un principio della moda. Lo stile è personale mentre la moda è sociale. Lo stile trascende la società e diviene anche modello mentre la moda rispecchia la società ed è frutto del tempo. Lo stile dura nel tempo e si riconosce anche con il passare della moda.

Innanzitutto bisogna creare uno stile. Come si crea? Con l’accostamento sapiente di alcuni fattori. Per descrivere ciò userò il mio stile personale e lo stile di uno stilista noto e affermato a cui si attribuisce uno stile unico e identificabile in tutto il mondo da sempre: lo stile Armani.

Partiamo dal più noto: lo stile Armani. Identificabile fin dalle prime sfilate ha alcune caratteristiche comuni che si mantengono nel tempo: le linee fluide e morbide, i tessuti pregiati, i tagli definiti, il minimalismo anche quando è ricco nei ricami e nei preziosi. Riesce a renderli sempre armoniosi e quindi perfetti. Il suo stile anticipa ogni sfilata, ogni stagione e ogni tendenza, passa attraverso le tendenze si amalgama con esse emergendo sempre in quanto identificabile e riconoscibile. Se vediamo un abito Armani, lo riconosciamo subito: il taglio è lo stesso, lineare con decolleté sempre appena accennati e abiti dritti nella parte alta e leggermente ondulati sotto. Le stoffe sempre preziose; i colori per lo più neutri e accostati al massimo a due e non di più. Il blu e il nero sono i prediletti. Ecco lo stile Armani. Qualcosa che rimane sempre uguale a se stesso pur modificandosi nell’abito alla moda. Come dire: la moda passa e lo stile resta. Il vintage è l’esempio di quanto sto affermando perché ripropone uno stile in voga negli anni ’80 ancora attuale  e facilmente identificabile nell’aggettivo glamour. Glamour allora significava lusso e ricchezza e oggi significa esosità e ostentazione ma è sempre lo stesso stile ed esprime sempre lo stesso bisogno, quello del lusso posseduto negli anni 80 ed evocato e mitizzato oggi perché non esiste più.

Lo stile è un modo di essere, permane e si riflette in altro: in un vestito, in un accessorio ricorrente. La moda di indossare l’orologio sopra il polsino denota uno stile (alternativo e eccentrico) che definisce chi lo ha inventato e lo ha fatto proprio. Il mio stile? Non indossare troppi gioielli: un anello o gli orecchini; una collana o un bracciale mai tutto insieme, il troppo stroppia. Il mio stile è minimale: pochi colori e pochi accessori, è stilizzato: linee diritte o geometriche. L’ho curato e affinato nel tempo, conoscendo anche la mia persona e rivelandola attraverso il mio stile. So cosa mi sta meglio e cosa no. Cosa mi dona e cosa no. Il mio stile rivela il mio modo d’essere e la mia persona. Lo stile non è l’eleganza. Non sempre l’uno implica l’altra ma non vale nemmeno  per il viceversa. Una persona può esser elegante ma non avere alcuno stile. Indossa un abito preconfezionato e che le risulta addosso come posticcio. Elegante si ma posticcio. Pensate a uno smoking che è sicuramente un abito elegante ma non sta bene a tutti. Lo stile aderisce all’essere della persona e diventa tutt’uno con essa perché serve a rivelarne i tratti essenziali: caratteriali e personali. Una persona schiva non indosserà mai un paio di occhiali arancio. Una persona timida magari si per attirare l’attenzione su dì sé con qualcosa che non implichi un ulteriore sforzo emotivo. Una persona eccentrica e disinvolta avrà spesso un abbigliamento casual, una persona più rigida si sentirà a suo agio con maglione e camicia e pantaloni con la riga. Lo stile si modella in base  all’essenza di ciascuno e ha connotazioni permanenti  nel tempo che trascendono la caducità e la brevità di qualsiasi moda. Ognuno di noi ha uno stile: esso si vede negli atteggiamenti (nel modo di parlare e gesticolare ad es.), nell’andamento (il modo di camminare e di muoversi in genere); nel comportamento (urlo o parlo a bassa voce). Sono tutti adeguamenti dell’uomo all’ambiente che si formano da bambino e adolescente e permangono nel corso del tempo. Magari vengono smussati, limati e migliorati ma rimangono tendenzialmente a definire la nostra persona. L’abbigliamento e gli accessori aggiungono dettagli al nostro stile e lo caratterizzano e ne rimarcano i tratti estetici rendendo chiari anche quelli ontologici (l’esempio degli occhiali di prima chiarifica quanto dico: l’eccentrico con gli occhiali colorati e fluorescenti, lo schivo con gli occhiali neri  o trasparenti).

Avere stile però non significa costruirsi uno stile; tale definizione assume una connotazione positiva che lo stile in sé non ha; avere stile significa che si sa adeguare se stessi alla situazione in maniera impeccabile, quasi perfetta; si ha la capacità di rispondere con un ‘immagine di sé che è in conformità all’ambiente e alla situazione. Lo stile in sé che ciascuno si crea può essere adeguato all’ambiente ma anche alternativo od opposto ad esso. Andare al lavoro  in banca con i jeans non rende conformi all’ambiente ma definisce uno stile proprio anticonformista. Avere stile non significa esser conformisti comunque ma sapersi distinguere in un luogo e in una situazione anche con originalità ma senza stonare. Ecco: proponendo sé nella maniera migliore possibile e trovando un equilibrio perfetto tra sé e ciò che ci circonda. Chi ha stile spicca ma non troppo; spicca per farsi notare senza arrivare a rompere l’armonia fra è sé e l’altro, fra sé e ciò che lo circonda.

 

Un’interpretazione marxiana della moda

L’atomismo e la società (la moda come sovrastruttura)

Abbiamo parlato di società random, di individualismi estremi e quindi unici e soli, a se stanti. La loro unicità e il loro desiderio di affermazione li porta ad essere soli.

La moda  è espressione di questa solitudine? Di questo essere sociale?

La moda è possibilità di comunicare?

Trasformando il marxismo in chiave esistenzialista (l’atomo non è solo qualcosa di materiale ma è l’individuo stesso in quanto vivo, dove il suo vivere è caos) proviamo a rispondere alle domande tenendo presente gli assunti di base dei capitoli precedenti.

L’uomo degli anni duemila è un uomo solo, è un uomo virtuale, è un uomo che appare a discapito del fatto che è. Solo: la famiglia è disgregata, non è modello né rifugio. Ogni nucleo della famiglia ruota attorno a se stesso. Il padre nell’affermazione di sé sociale, la madre nell’affermazione di sé estetica, i figli arrancano trovando un’affermazione di sé sempre più ambigua e labile. La virtualità ci permette di fuggire, di sviluppare il nostro lato onirico, di realizzare le nostre aspettative a costo zero. E allora l’individuo diventa altro, diventa l’avatar di se stesso, una maschera che fluttua nella rete, che vive di clamori e succhia consenso fasullo e fittizio, che finisce appena l’avatar esce e spenge il pc.  Tal fuggire è sintomo di un malessere percepito per la propria condizione atomistica e random, perché si è soli e si ritrova rifugio in un mondo altro, fittizio ed edulcorato, dove il male non c’è almeno se non virtuale e voluto, dove si può affrontare con quel coraggio e raziocinio che nella vita reale manca; dove mal che vada la vita è spenta, basta chiudere e la chiusura non implica nessuna conseguenza etica sulla persona semmai sull’avatar. E’ un mondo circolare che inizia e finisce in sé. Proprio per questo non risolve, illude, allontana. L’apparenza è l’elemento primo di questo mondo altro: tu appari, non sei. Appari tutto ciò che vuoi essere, tanto la maschera dell’avatar ti copre. Anche se la tua persona emerge prima o poi attraverso l’avatar tradendo una qualche debolezza. Non è un problema, quella vita muore e se ne crea una nuova. Ma un uomo così non crea alcun progetto a lungo termine e alla fine è insoddisfatto di sé, del proprio vissuto reale e sociale. L’uomo non può vivere per sempre e solamente di sogno. Il virtuale è un’ubriacatura di se stessi che lascia  spazio all’isolamento più marcato e frustrante. Il mondo dell’apparire si legge ben anche nella moda che da sempre è mezzo di travestimento e di maschera. Con la moda si appare, non si è. Si appare più ricchi, se si ricerca l’abito firmato e di marca. Si appare più belli, se si è in grado di combinare stili e colori. Si appare più sicuri. La moda traveste. Ma come ogni travestimento vela e svela. Io posso immedesimarmi in un determinato stile, quello stile parla di me, sottolinea i miei sogni e le mie aspirazioni, alla fine dunque il mio essere. Io posso travestirmi, assumere un look che non mi appartiene, che è frutto di un rifiuto sociale o di una ribellione a qualcosa, quel rifiuto denuncia una parte di me: il rifiuto stesso e il desiderio di trovare una risposta nel gesto di ribellione e di protesta contro qualcosa che non si accetta, a cui si pensa di non appartenere. Lo fa la figlia nei confronti della madre, il figlio nei confronti del padre, la ricerca di identità passa attraverso la moda. Ma oggi gli stili e i modi della moda non sono più definiti, sono random appunto. La moda sia come prodotto sia come abito indossato non è più chiara né definita. Tutto fa brodo: il vintage con il new e il trendy, vanno tutti bene. Si mischiano stile e marchi, vi sono sovrapposizioni obsolete.  rappresentano anch’esse nelle loro manifestazioni il caos sociale. Così come la società è caotica e random, la moda lo è riflettendo ciò a cui si sovrappone. Non esiste una linea comune, ogni stilista prende una tangente e la segue, allontanandosi dalla comune e dall’altro, individualizzandosi appunto. Il random dell’epoca è il random del suo prodotto: la moda stessa. Non ci sono più regole di tendenza né nei tessuti né neo colori nè nelle linee. Niente più influenza la moda e tutto influenza la moda nel caos più totale. La globalizzazione ha portato all’omologazione di generi e stili. Tutti gli adolescenti sono uguali e sono diversi, ognuno segue il gruppo nelle linee di fondo: jeans più o meno a vita bassa e maglietta corta, ma lo fa a modo suo omologandosi al gruppo ristretto di appartenenza  e non ad uno stile imposto e pensato con caratteri chiari come era fino agli anni ottanta e novanta: gli anni ottanta glamour e gli anni novanta minimal. Oggi il glamour si abbraccia al minimal nel caos. Al massimo si impongono mini tendenze che durano una stagione, che uniscono nella novità ma che sono effimere, che non durano, sono caduche perché non rappresentano più un modo d’essere comune, perché questo non esiste o meglio esiste in quando caos. Concludiamo sottolineando il fatto che la moda esprime disagio, unicità, nuclearità e individualità. Comunica senso? Certo comunica disagio e forte caoticità. E’ espressione di sè e quindi comunica parte di noi, della nostra natura, e del nostro essere contemporaneo.

 

La moda secondo Gadamer

Chi ha letto “Verita e metodo” (1960) oppure ha sentito il termine Ermeneutica, ha come minimo una vaga idea di ciò che vado ad affrontare. Ma spero di rendere chiari i concetti anche a coloro che Gadamer non lo hanno mai letto. Mi è venuta l’idea di applicare il circolo ermeneutica, che l’autore applica ai libri di testo, alla moda e al suo mondo che può essere visto come un circolo  dove però si interpreta anche il soggetto. Così come il lettore domanda senso al testo, gli chiede cosa significa questo e quello, si pone domande a cui il testo risponde, lo stesso fa chi indossa un abito il mattino o meglio lo acquista, chiede all’abito di interpretare uno stile, di rispondere ad una domanda di conferimento di senso: io chiedo all’abito di supplire una determinata funzione. Essere pratico o elegante, adatto a quella o questa circostanza. Ma chiedo ad esso anche un senso: gli chiedo di interpretare il mio stile. L’abito risponde a questa esigenza. La sua risposta non è direttamente soddisfazione di una domanda di senso ma lo è indirettamente perché fornisce senso a me che lo indosso, mi interpreta e io mi sento interpretato da esso. La differenza fra il testo interpretato dal lettore secondo Gadamer e l’abito interpretato da me è che il vero senso viene ricevuto da chi indossa l’abito e non tanto dall’abito stesso che rimane un oggetto, un mezzo; esso parla attraverso  la persona che lo indossa, ne rivela uno stile, un carattere, una personalità peculiare. Quindi il vero interpretato è il cliente. La persona che acquista un abito perché esso gli regala uno stile, conferisce senso alla sua ricerca di stile, alla sua domanda: che stile indosso? Che stile rappresento? E lo riferisce anche a chi guarda. Allora la domanda è rivolta a chi guarda colui che indossa l’abito e la la domanda dell’osservatore è: ma chi sei? e l’abito insieme all’uomo risponde e il circolo si chiude. L’abito acquista senso grazie a chi lo indossa e a chi osserva colui che indossa. Diventa un quadrato costruito da abito, indossatore, osservatore, domanda-risposta che si rivolge in tutte le direzioni.

 

Guardando la figura:

 

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è come se ci fossero due livelli di interrogazione: quello centrale che va dalla domanda alla risposta, fornita dall’abito all’osservatore grazie all’indossatore e il secondo livello sotteso ma altrettanto importante che va dall’osservatore all’abito all’indossatore, che si interroga su di sé, e si fornisce una risposta, grazie all’abito, alla domanda: quale è il mio stile? Infine egli regala la propria risposta a chi osserva

 

Lo spazio della moda

“La moda è ovunque soprattutto nella nostra testa”. Con questo aforisma cercherò di sintetizzare quanto voglio affermare ora. La moda, abbiamo scritto sopra, è ovunque e in nessuno luogo ossia il suo esserci non è ben definito. Che cosa definisce lo spazio della moda? La percezione che si ha di essa e la conseguente riflessione sul suo esserci. La moda è un fenomeno che invade il mondo ma soprattutto invade l’io. Siamo noi che percepiamo la moda e quindi anche lo spazio moda: dove nasce, dove si sviluppa, sono analisi che senza l’uomo non potrebbero sussistere, la moda è anche un sentita addosso, percepita sul sé e riflettuta sul sé verso l’altro: io mi vesto e mi sento a mio agio, la mia moda mi calza, il mio spazio moda aderisce al mio corpo e mi rappresenta; mi ci sento dentro, mi ci vedo, mi ci riconosco, sono io quello in quello spazio dentro la moda. Questo è uno spazio moda traslato e astratto, sentito.  Il sentire la moda, qui vuol dire che il ho trovato il mio spazio moda. Cio’ che va bene a me emi sta bene, è giusto per me; in questo senso la moda crea uno spazio personale che definisce una persona, un carattere e uno stile. Quindi la moda e lo spazio che essa occupa sono responsabili della definizione dell’essenza di ciascuno di noi, che passa attraverso  lo spazio moda.


Le manie della moda: Fashionmania e shoppingmania

Siamo malati di moda. Tutti. Le malattie- manie, che ora descrivo, occupano il reale e il vissuto di ciascuno di noi; nel prossimo capitolo descriverò altre malattie che rovinano la vita di alcuni  e sono ben più gravi.  Le malattie di questo capitolo sono più che altro manie, piccole perversioni dell’essere umano usate come divertissement e, se vogliamo per un certo verso affascinanti e quindi potenzialmente pericolose per ciascuno. Una mania è amore ossessivo verso qualcosa, nel nostro caso verso la moda. E’ una malattia sociale, collettiva, siamo tutti malati di moda, vogliamo essere alla moda perché la moda definisce il nostro essere contemporanei. Non siamo mai stati così malati di moda e legati alla moda come oggi. Chi non è alla moda, si dice “sfigato”. Fuori dai canoni del vivere sociale, dell’essere inseriti in un determinato contesto al quale si appartiene. Non va più di moda l’anticonformista, il fuori moda, al massimo è tollerato ma molto spesso scansato, schivato. La nostra è una società dove l’estetismo impera e una sua espressione  è la moda. Noi ci guardiamo e siamo guardati, nello sguardo cerchiamo la perfezione del sè ed essa passa attraverso la esteriorizzazione del sé, che si presenta vestito di moda. La moda puo’ essere intesa come sempre in senso lato e in senso stretto, più circoscritto. In senso lato  la moda è moda dell’apparire ossia va di moda apparire a tutti i costi, non interessa tanto ciò che si è ma come si appare, l’accettazione dell’altro passa attraverso il suo apparire e il suo lato  estetico; nel senso stretto è moda dell’apparire attraverso un bell’abito. Apparire vuol dire essere presenti al meglio nella nostra società. La moda è il nostro biglietto da visita migliore, da un abito, da un cellulare e dall’auto si misura quanto vale economicamente una persona (e ciò è di gran lunga più importante di ciò che è, l’essere oggi è così vuoto che si è riempito di moda; essa ha occupato uno spazio_ il vuoto del nostro essere e lo riempie con l’apparire_ e si definisce il suo status e ancora oggi ciò è fondamentale nonostante io stia scrivendo tutto questo nel 2009, anno di crisi e di ribasso dei costumi ma gli outlet sono sempre pieni. Perché? Perché non siamo ancora abituati a non apparire, la crisi ci tocca ancora troppo in superficie per rinunciare al bell’essere; dovremo toccare il fondo. La nostra società del non valore, trova valore nell’apparire belli e alla moda a caro prezzo (ci dimentichiamo il nostro essere). La moda contribuisce a definire il nostro status come dicevo prima. Ci fa appartenere a un determinato gruppo sociale anche se non  vi apparteniamo di fatto, ma la convinzione che non manca poi molto: qualche zero in meno  nel reddito, ci rende felici. La società dell’egualitarismo ci ha reso tutti uguali nei desideri, non nei fatti. Chi è al top detta legge e gli altri lo seguono a pappardella ma non è detto che il top sia un che di positivo, a volte è solo un bluff. Pensiamo ai reality show che producono fenomeni di moda molto spesso senza nulla dietro che però valgono perché sono arrivati. Dove? All’immagine perfetta: bello, ricco e famoso. Questo è il mito degli anni ‘90 e resiste anche nel duemila. Dietro all’apparire c’è il non essere: non sono un attore, non sono un artista, non sono nessuno, sono apparso per un momento, sono stato alla moda per un momento. La fashion mania mi permette di apparire e di omologarmi a ciò che la società ha definito come il meglio. Nasconde però spesso un’identità che fatica trovarsi, a definirsi,  che deve essere ancora formata e trovare il proprio stile ,che definisce e svela il proprio essere. La ricerca di un proprio io passa attraverso la moda ma non è imitazione pedissequa di uno stile comune; è invece creazione di un proprio stile che denuncia un io costruito e ben conscio a se stesso.

Vi descrivo la shopping mania con un’ immagine comune che mi capita e capita a tutte le maniache come me. “Quando vedo un paio di scarpe, non resisto. Le devo avere. Sono già mie. Entro nel negozio, facendo finta di osservare tutto quanto è esposto…ma poi le vedo lì che mi chiamano…- comprami-, mi dicono e sono già mie. Esco fiera del mio acquisto per dimenticarlo nell’armadio già un’ora dopo.” Il monologo rappresenta l’acquisto compulsivo, tipico della shopping mania.

La Shopping mania denuncia una mancanza. La mancanza e il desiderio di affetto. Ciò che mi manca, lo compenso con la bellezza e la quantità dell’acquisto senza goderne. La sofferenza della mancanza si traduce in desiderio di acquisto per lenire la sofferenza e mutare la mancanza in pienezza.  Ma, siccome il desiderio implica una relazione, esso ha bisogno di un soggetto (un’altra persona) che il fashion maniaco sostituisce con una cosa (la scarpa, l’abito). Il vestito, l’oggetto di moda non risponde a tale bisogno d’affetto, non “scalda”, non colma il vuoto. Per un momento dà l’illusione di riempire un alcunché ma la sua dimenticanza nell’armadio ne denuncia l’incapacità di svolgere tale ruolo di riempimento. L’uomo contemporaneo occidentale possiede molti oggetti ma sta perdendo gli affetti. Conduce una vita in solitudine, chiuso in ufficio, chiuso in palestra, chiuso davanti al pc e cerca gli affetti in questi ambienti (le relazioni virtuali ne sono il classico esempio) per poi tornare a casa solo e vuoto. L’acquisto compulsivo regala un momento di piacere che, come tale, rimane fugace e breve.

(approfondimenti e ricerche sulla moda)

 

 

 

Cristina Finazzi

 

 

 

 

 

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