robf5Nuovi collaboratori a N...donna.
La prima si chiama Roberta Ungaro
Eccola!

Lei si è presentatata così.



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Una macchina fotografica…. 

 Non ho nessuna storia strappalacrime, né tanto meno un racconto nostalgico di un nonno generoso che regala al proprio nipote una vecchia

pellicola in bianco e nero. E’ solo realtà, come la vera passione che ci metto nel coltivare il mio più grande sogno. 

La mia è una generazione convinta del fatto che, introducendo qualcosa di artistico nel proprio lavoro, possa risolvere i problemi;

ma io non credo proprio che sia così. Sono tutti bravi a inventarsi, ma in pochi riescono a arrivare veramente.

La mia passione per la fotografia non è qualcosa che ho inventato, non mi sono immaginata tutto ad un tratto la nuova Leibotvitz,

non ho creduto che tanto l’importante e avere qualcosa da comunicare, ma sono sempre stata testarda sul fatto che un giorno sarei

diventata la migliore. Chi nella vita non ha mai immaginato di salire sul podio scagli la prima pietra!

Cinque anni di liceo scientifico alle spalle, tre anni di Fashion Design in Accademia e tutte le scelte che ho fatto nella mia vita, compresa

quella che no, la carriera musicale non faceva per me, hanno creato un mostro che si ritrova alle 3.55 di un sabato notte a parlare di sé.

Perché è sempre e comunque una questione di ispirazione, e quella, si sa, colpisce sempre nel momento meno appropriato. 

Un sorso di thè caldo e continuo a battere sulla tastiera.

Tutto ha inizio da un ricordo livido ma dal sapore forte, quello di un profumo materno che ti bacia prima di andare a dormire,

fatto di cipria colorata e mascara nero. E’ il ricordo di un corridoio che si trasforma improvvisamente in una passerella e delle abat-jours

che diventano riflettori. Sono sempre stata il personaggio di me stessa, la caricatura di qualcosa che sarei voluta diventare. Perché

in ogni caso, quando sei piccola, vorresti tanto poter strofinare del rossetto sul viso e diventare la donna più bella al mondo.

Crescendo ho iniziato ad avere un senso dello stile, ho iniziato a sfogliare sempre di più riviste di moda cercando di focalizzare la mia

attenzione su qualcosa che ai tempi per me era ancora involontario. Nella mia testa sempre e solo una parola: IMMAGINE. L’esperienza

è fatta per la maggior parte dalle persone che si incontrano. Il luogo comune vuole che gli occhi siano lo specchio dell’anima, io ho sempre

pensato che fossero le scarpe. Sono i piedi l’unica parte del corpo che ci tengono attaccati saldi alla terra, e anche solo per questo motivo

si meritano un degno trattamento all’altezza di tale ruolo. 

E’ per i piedi che gli uomini non possono essere degli dei. I geni camminano a piedi nudi, loro se lo possono permettere.

Tornando alle mie manie pre-fashion victim, continuo ad avere il ricordo di una bambina che si specchia in uno scrigno laccato nero, scatolina

che, solo in futuro, sarebbe diventata una vera e propria ragione di vita. Lo so, possono sembrare parole estremizzate e ambigue, ma ho il

difetto di essere megalomane. La mia passione non diventerà mai un lavoro ma sarà semplicemente una missione.

Non voglio cambiare il mondo, voglio solo tirarmene fuori.

E poi  la mia mente vaga da  occhi riflessi in quello specchietto all’ultima volta che ho tenuto in mano la mia cara e buon vecchia 50D.

Come per magia. Non ci sono motivi esplicabili per cui un giorno la fotografia diventa la tua amante. Come si fa a spiegare a parole la

sensazione di un colpo di fulmine? E’ stato veloce come solo un click può fare. 

La sensazione più bella di tutta questa storia è la consapevolezza che quella famosa IMMAGINE di cui ho parlato prima, in realtà può

diventare concreta. La puoi passare tra le mani, la puoi strutturare, le puoi cambiare la forma, la puoi buttare per crearne un’altra. E’

come il riciclo dei pensieri della mente. Ma in questo caso può suscitare delle emozioni.

Amare la fotografia vuol dire credere a ciò che non si vede. Vuol dire passare tra le dita della seta e donarle  estro. Ormai è davvero

difficile trovare  giovani, anche talentuosi, che capiscano che è tutta una questione di giochi di luce, di colori, di immaginazione, di coraggio,

di sensazioni, di tatto. E come scrisse George Rodger: “Ogni cosa che vedi in basso, sul vetro della tua Rolleiflex è la realtà, le cose come

sono. La Fotografia è cosa deciderai di fare di tutto ciò”.

Mai innamorarsi di un fiocco di neve. Ma è giusto, dovete conoscrmi:

"Nata a Milano il primo giorno d'estate del 1989, ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza tra le valli bergamasche.

La passione per la musica portò il sogno di una bambina dagli occhi grossi a voler diventare una pianista, ma questo venne

sopraffatto da un senso critico, estetico ma soprattutto filosofico verso tutto ciò che la circondava. 

Perseguita una carriera scientifica mai rinnegata ma poco compresa, si trasferì a Milano per percorrere 

la strada universitaria in Fashion Design presso la Naba, la Nuova Accademia delle Belle Arti. 

Realizzato il desiderio di una vita, lei che più che una ragazza sembrava un intero disco di Battisti, continua a sperare

di poter credere che prima o poi il sole sorgerà  ad ovest e che il mare possa diventare dolce.

Segreta amante di Epicuro, innamorata osservatrice di Salvador Dalì e Basquiat, curiosa tessitrice  di Cristobal Balenciaga,

musa indiscreta di Tim Walker e aspirante tocco di Richard Avedon. Appassionata di fotografia e di moda, crede che la linea

di confine tra la sua immaginazione e la realtà non superi la soglia dei 50 mm. 

Ama tutto ciò che è innovazione, costruzione, esagerazione, esasperazione, grandezza e buio. Si separa spesso dalla sua

macchina fotografica, ma solo per ascoltare una bella canzone o per prendere in mano una matita.

Credete pure che sia matta, ma in fondo la normalità è per i poco fantasiosi"

 
Roberta Ungaro
Fashion Photographer

Fine modulo

roberta_ungaro Vestiti di te!

"Sei in grado di vestirti esclusivamente del tuo sguardo? Uno sfondo nero, una piccola fonte di luce, una vernice e un piccolo occhio indiscreto. Gioca, ma fai del gioco l'unica espressione di te stessa. Il colore è il tuo vestito, il corpo il tuo mezzo. Sentiti osservata dal tuo solo respiro, sii fiera dei disegni sulla tua pelle. Non coprire ciò che non ti piace, censura la tua intimità. Puoi celare il ceno, la pancia, le mani, la schiena, la bocca, gli occhi, l'origine del mondo...crederai di aver nascosto la tua paura, hai bisogno di una maschera?
Ed è così che ti metti realmente in discussione: muoviti, agitati, cambia posizione, scuoti i capelli, sbatti le ciglia, ridi, fai strimpellare le dita. Il tuo silenzio lo sentiremo gridare.
Perchè sei donna, morbida, malinconica, aggressiva, intimidita, spavalda, stravagante.
"Una donna che non riesce a rendere affascinanti i suoi errori è solo una femmina".
Esci dalle righe che ti sei delineata. Salta fuori dal cerchio che ti hanno disegnato attorno. Sorridi quando vorresti gridare, canta quando vorresti piangere. Prendi un pennarello e determina tu il limite massimo dell'essenza, della tua forza, dell'immaginazione altrui. Ma non lasciare l'amaro in bocca, fai scappare il profumo di te dalla tana buia e permetti che gli altri sfiorino la vera te.
Agli stolti fai credere che per essere donna basti che i cromosomi siano quelli giusti....a loro, oltre a questo, tutto il resto è troppo complicato da spiegare."


Il suo modo di presentarsi, il suo lavoro: photo shooting e stylist.
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ci regalerà molto altro....Grazie Rob.


christophe-lemaire--10109828_623742_1000Giochi di mano

Vivere fashion…ma non troppo a Milano




Sono ormai quattro anni che vivo a Milano e dopo l’entusiasmo iniziale del “tutto è pazzesco” ci si rende conto che per sopravvivere in questo mondo te la devi cavare da solo e non puoi certo affidarti ai miliardi di blog tardoadolescenziali di esteti postmoderni con un fidanzato che sanno tenere in mano una macchina fotografica e con un dubbio senso della ricercatezza per trovare in una città come questa, qualcosa che si possa ritenere valido per essere ritenuto un must have. Io passeggio, fotografo e cerco sempre e poi lo giro a N…donna per tutte noi.

Non è una wish list quello di cui abbiamo bisogno, quella la lasciamo a chi crede ancora nella bontà di mamma e papà sotto Natale.Durante la ricerca di uno styling a cui lavoravo il mio occhio è caduto su due pezzi estremamente creativi e a mio parere assolutamente da toccare con mano. Geometria, qualità e contrasto dei materiali, differente minimalismo: tutto ciò direttamente dalla Grecia. Guarda un po’, la crisi crea sempre.Estremamente d’impatto l’ultima collezione di Persephoni Accessories Label, una compagnia che produce accessori e gioielli che sembrano ispirarsi a qualcosa che ancora non esiste. Particolare attenzione va ai 'NO.1' GLOVE, guanti di morbidissima pelle nera rivalutata da delle egocentriche manette di metallo (per i più timidi possono essere considerati dei bracciali), caratterizzate da forme geometriche che abbracciano i polsi dimenticando completamente bordi di pelliccia caldi d’inverno, ma raffreddando gli stili più minimali con una forza quasi futuristica. Di diversa fattura, ma ugualmente d’effetto, è la WOOD NECKLAKE di Christophe Lemaire, collana realizzata interamente in sfere di legno nero con la particolarità di un dettaglio inaspettato che sembra aggrapparsi lungo il petto di chi la indossa: una mano che presenta tanto di falange, falangina e falangetta. L’anatomia di certo non è il nostro forte, a meno che si parli di tacchi a forma di colonna vertebrale o di dettagli che riproducono le costole, ma la qualità effettiva dei materiali utilizzati per questa scultura vale l’oro che ne pesa.  Entrambi i pezzi si possono trovare presso Wok Concept Store in via Coldilana 5a, rigorosamente tra le strade meneghine. E poi si possono copiare, ricreare e N…donna rivela consigli anche in questa direzione grazie ai Gioielli di Modalogia.

persephoni--10132349_709521_1000Genialità e furbizia, elementi che ultimamente sembrano mancare ai più grandi creativi, ma che Milano tiene gelosamente nascosti ai veri amanti dell’innovazione.





Roberta Ungaro
Fashion Photographer









 London_SelfpotraitGiulia studia Filosofia all'Università degli studi di Milano; è appassionata di Estetica ed è un'ottima fotografa. La foto è sua e lo saranno altre qui in N...donna. Si occuperà di costume...

Cronista swap








Fame di Costume 



Come insultereste un collega leccaculo? Non ridete, è una questione seria. Andiamo, a pensarcii modi sono infiniti, potreste lanciargli un commento tagliente sulla cravatta nuova, pestargli il piede sul callo oppure rovesciargli  una tazza di tè sui pantaloni (really british). Parrebbe solo una controversia d'’ufficio, invece siete di fronte ad una questione di Costume. Infatti  proprio di questo si tratta: il Costume è il modus vivendi, quello che solitamente si fa. Non c’è nulla di astratto, anzi, è un abito che indossiamo ogni giorno; ha la stoffa della nostra epoca, epici rammendi della nonna, la macchia di pesca che non riusciamo a mandare via, ha il taglio della moda di oggi, ma a forza di metterlo ha preso anche la nostra forma.

Nonostante si possa rimodernare ad ogni stagione, ci è impossibile toglierlo perché viene dalla sartoria della vita, che non si fa snobbare facilmente. Non possiamo estraniarci da lui in alcun modo, per questo è difficile stabilire chi fa Costume e come definirlo.  

Anche se c'’è chi fa il suo buon tentativo: l’'Estetica Contemporanea. L'’Estetica, se vogliamo risalire al suo scopo originario (come disse Baumgarten), è la dottrina dei sensi, ironicamente la parte più corporea dell'’uomo. Se vogliamo dare una spiegazione semplice, a mio parere essa è l’'essere più affamato della Terra. Attenzione! Questa fame va ben oltre la meraviglia, perché parte dal corpo e lo involve completamente. Infatti per la mia dottrina il corpo è essenziale, ogni cosa parte da esso. Non è mistero che chi si lega un po'’ troppo alla corporeità nel corso della storia della filosofia viene sempre a suo modo denigrato: nei secoli siamo stati considerati sofisti e immorali, Platone stesso ci chiamava pivieri o otrii senza fondo, pronti ad ingoiare ogni cosa, schiavi delle nostre passioni.

Non ci crederete, ma gli Esteti non possono farci niente: hanno davvero una fame boia, vissuta con tutti i sensi e non sanno resistere. Hanno fame di emozioni, di passione, hanno fame di vita, di arte, hanno fame del mondo concreto e, soprattutto, hanno fame del nostro tempo. Agli esteti piace masticare il Costume e assaporarlo in ogni sua parte, così come gli piace gustare l’'altro che sia di amor celeste o amor volgare.  Perché è importante l’altro? Perché il Costume è dato proprio dalla compenetrazione di ciò che siamo noi e di ciò che è l’'altrui, infatti siamo noi come persone a definirlo, ma la nostra unione fa si che esso ci definisca. Per questa ragione si può dire che paradossalmente il costume più diffuso dell’'epoca (ovviamente ristretto ai paesi più sviluppati) è un anti-costume. Si tratta del cosiddetto il narcisismo sociale o qualcunismo come lo chiama il buon Caparezza. E’' il tempo della “career rush”, dove ognuno è in vetrina, tutti devono diventare qualcosa al di sopra della massa comune che tanto spaventa. Dietro i link di facebook, le telecamere dei reality e il gigantesco atelier del web, si esprime il nostro essere ego-centrici, italiano-centrici, euro-centrici e occidental-(ec-)centrici. Tutti devono voltarsi per ciò che scriviamo e fotografiamo, devono voltarsi eccome! Il fatto di possedere mezzi di comunicazione mai visti porta il nostro costume ad essere una sorta di autostrada dove veniamo bombardati di informazioni in movimento. Senza i valori del secolo scorso a definire il nostro tenore di vita, cerchiamo di proteggerci individualizzandoci sempre più. I giovanissimi esprimono brutalmente questa necessità, creandosi da soli un Costume e indossando costumi. Basta pensare agli Emo che tra trucco nero e frange attirano l’attenzione su di sé piangendo, ai Metallari pieni di borchie che fanno caos nei poghi dei concerti, alle Gothic Lolita che sfoggiano un eccentrico kitsch d’'altri tempi, fino ai Tamarri che si firmano indossando firme. Tutte categorie che sfiorano la sub-cultura, che si danno una definizione inserendosi in gruppi circoscritti, prendendo parte al Costume diffuso anche nella trasgressione. Gioventù senza cultura? Può darsi. Ma il Costume non risparmia nessuno. Se nella massa comune i più piccoli si vestono per essere gli attori più originali in questa società-televisione e i grandi si allontanano dal sapere verso la dimensione del gossip e di Buona Domenica, la cultura stessa non fa nulla per avvicinarsi alla massa. Mentre le veline si gonfiano la bocca col botulino, gli eruditi se la gonfiano con parole ridondanti, colme di autoreferenzialità. Non mangiano mai il Costume, per paura di imbrattare la toga. Rimasticano continuamente la stessa minestra senza ingoiare mai. Discutono dagli anni '’70 sui giovani che non lavorano e di società priva di valori, ma non cambiano metodo di insegnamento. Temono di sporcarsi le mani con i nuovi mezzi di comunicazione, criticano la televisione senza pensare di utilizzarla. In una realtà che sta tornando all'’oralità grazie ai media, loro scrivono ancora saggi accademici. Il dionisiaco cambia le sue maschere tragiche nel costume di massa, mentre gli intellettuali sono “"anoressici"”, guardano se stessi senza nutrirsi dell'’altro, perché non è abbastanza serio, finendo per annegare. Parlano di arte e cultura per pochi quando siamo nell’'età dell'’evento che coinvolge tutti e trova la radice atavica (detta il pre-categoriale) che accomuna ognuno di noi. Ma esiste una soluzione? Come indirizzare questo costume del qualcuno verso la cultura? E'’ semplice, ritrovando quella fame che possediamo. Perché ogni uomo può essere esteta. Mantenendo sempre quella voglia di capire, di meravigliarsi e di assaporare il mondo, senza storcere il naso di fronte a piatti che sembrano stupidi o commerciali, mettendo le mani in pasta nei media, amalgamando Sapienza e Costume. Senza avere paura, quando quel distratto di Talete inciampa sui suoi piedi, di far sentire con forza l'’intelligenza nascosta di una sonora risata.  

 

Quando l’'esteta è pieno e non vuoto e trova senso persino nel non senso di una società come la nostra. Grazie Giulia. Se volete commentare c’è il libro ospiti



AnimaAlexandra
La nostra artista   http://aylrose.deviantart.com risponde a una domanda comune. La sua risposta è arte...
Leggete

cracoviaCracovia, riparto con te...

L’occhio su un altro mondo: da questo momento in poi potete così definire i miei articoli. Fra poche settimane difatti mi trasferirò all’estero e il mio ruolo sarà proprio quello di registrare, imparare e comunicare –dunque anche condividere, ciò con cui verrò a contatto e a confronto.
La meta di questa nuova avventura è Cracovia, seconda città per importanza della Polonia. Sicuramente una scelta considerata dai più inusuale, soprattutto per coloro che si mostrano ancora scettici nei riguardi di questo paese e dei suoi limitrofi. Generalmente le persone sembrano incuriosite e le domande non tardano mai molto ad arrivare: perché all’estero? Perché a Cracovia? è per me più facile rispondere alla seconda: per amore e per studio. Per quanto riguarda la prima la questione è più delicata.
Sono tanti i motivi che possono spingere un giovane a lasciare il proprio paese per un altro: la speranza di un futuro migliore, la ricerca di possibilità e opportunità di studio e lavoro, la volontà di vivere un’esperienza e, oltre a sogni di questo tipo, vi sono anche quelli spezzati e le delusioni vissute in patria. Ognuno possiede un proprio background, ma all’incirca gli ingredienti sono questi. Per quanto mi riguarda era ed è un sogno, una volontà che mi è sempre appartenuta. Un sogno questo che non potevo più ritardare a provarne la sua realizzazione: “ se indugio ora, non lo farò mai”. Più o meno così cantava una sorta di vocina interiore. E ancora: “le occasioni per andare sono poche e si presentano di rado, la porta per tornare a casa invece è sempre aperta (si spera)”.
Oltre ai sussurri di questi demoni interiori vi è anche una volontà di confronto piuttosto forte: per un animo che non si appaga tanto facilmente, l’idea di recarsi in un luogo in cui si è ancor meno di nessuno, per di più straniero, risulta accattivante. Un nuovo terreno di sfida in cui il proprio nome, la propria famiglia e la propria provenienza non hanno alcuna rilevanza. Si parte da zero e si lavora per dimostrare quanto si vale.
Accanto a queste ragioni prettamente individuali, si accosta il fascino –così lo potremmo definire in modo pittoresco, dell’esotico: un nuovo paese con diverse abitudini e cultura, la possibilità di far nuove conoscenze e la difficoltà di parlare una lingua abbastanza diversa da quella natale sono tutti elementi che possono sedurre e di non poco.
Per ultimi ma non per importanza, credo che l’amore e l’interesse per il mondo e le sue sfaccettature debbano essere alla base di ogni avventura di questo tipo, soprattutto la loro grandezza deve essere tale da superare quella della disperazione, la quale troppo spesso è motore e causa dell’emigrazione.
In procinto di partire dunque sono questi pensieri ed emozioni ad affollare la mia mente e il mio cuore, non di meno anche l’ansia e la preoccupazione giocano la loro parte ma essere pessimisti gratuitamente penso non aiuti molto. Per quanto riguarda la nostalgia di casa e di tutto quanto questa possa significare, non la percepisco in modo definito, ha ancora una forma offuscata e annebbiata, non so cosa potrà significare e di quali effetti ne sarà causa. In questo senso posso affermare che partire è un’avventura biunivoca, la si vive fuori quanto a casa poiché i sentimenti per l’uno e per l’altra rimarranno ignoti e incomprensibili fino a che non li si proveranno sulla propria pelle. E soprattutto è un’esperienza che si può solo pensare di vivere da soli dal momento che -per quanto i problemi concreti legati a un trasferimento ognuno se li debba sbrigare da sé, è una scelta che condiziona più di una sola vita. In misura maggiore colpisce la famiglia, in misura minore gli amici (o almeno così si spera per entrambi). Vi sono rapporti che volutamente si lasciano indietro, altri che permangono e mutano, altri ancora che aspettano di nascere. Avrò pure l’occhio su un altro mondo, ma il cuore non conosce tempo e spazio, può stare lì come là.

-Che cosa studi?-

Eccola, l’odiata domanda.  Per quanto mi possa dare fastidio rispondo ugualmente: –Pittura, all’Accademia di Belle Arti-.
Generalmente il commento è più o meno così –Ah, Belle Arti? Che bello! Ma cosa studi di preciso?- Seguono poi di prassi inutili domande circa quali potrebbero essere i miei possibili sbocchi lavorativi. La cosa è  sorprendente perché per quante risposte io possa dare, per i miei interlocutori il mondo dell’Arte rimane un mero hobby, alla stregua del decoupage.
Ci ho rinunciato dunque a spiegare, ma oggi scrivo con l’intenzione di raccontarvi la mia passione.

Dire con esattezza come è nato il mio interesse verso il mondo artistico è piuttosto arduo: non vorrei propriamente definirla come una vocazione, ma posso dire che è stata l’Arte a chiamarmi a sé e suscitare la mia passione.
Al momento di scegliere a quali studi universitari iscrivermi, non ho avuto dubbi: era mia intenzione dedicarmi a qualcosa che ero sicura avrei perseguito per tutta la vita, senza noia e ripensamenti.

Dedicarsi all’Arte è uno strano lavoro: si deve continuamente donare qualcosa, esternare un pezzo di sé dandogli forma, rimane così un vuoto che viene poi subito colmato. E’ una sorta di sottile equilibrio fra vuoto e pieno, un reinventarsi in un altro modo –perché ogni opera è fatta dell’anima dell’artista; nonché un ritrovarsi, riscoprirsi. E’ un continuo tentativo di elevazione: un po’ come Narciso che ritrovandosi tragicamente a essere un fiore, ora ha una nuova forma più spirituale.

Di certo dietro al fare Arte, c’è l’intenzione di esprimere e ancora di più, quella di lasciare un segno. Esprimersi tramite il segno pittorico (o il gesto, per l’Arte contemporanea) significa rendersi conto del grande potere che detiene l’ immagine nella nostra cultura e, più in generale, sull’uomo (basti pensare che la vista è il senso in noi più sviluppato e su cui più contiamo).
Come in ogni ambito è scontato precisare che c’è chi si anima per un proprio ideale che vuole perseguire, chi lo fa tanto per e, infine, chi per soldi. Per fortuna c’è chi ancora crede in ciò che fa e per cosa lo fa:  non sono molto incline al nuovo concetto che va tanto di moda di “arte terapeutica”, di sicuro fa bene anche per l’artista stesso oltre per chi ne fruisce in modo serio, ma chi si pone di fronte alla tela e sfida il suo biancore, il vuoto che rappresenta è un coraggioso che desidera soltanto donare qualcosa al mondo là fuori.  Fra le tante definizioni, l’Arte è anche un dono – e in questo caso non intendo propriamente e solamente il talento. Oltre al coraggio di squarciare una tela (in senso letterale o meno, data l’Arte contemporanea dobbiamo essere pronti a tutto); c’è anche il coraggio di chi osa guardare un’opera e viverla. Perciò bisognerebbe avere più rispetto verso l’Arte e la sua forza, e considerarla meno come un divertissement
. Purtroppo è questo l’ostacolo a cui più spesso vado incontro: molti considerano l’Arte una distrazione. L’unica cosa che voglio fare è continuare a dipingere, senza arrendermi.




corsettoanticoPerché indossare il corsetto oggi?


Ormai è tornato: sebbene molti non se ne siano accorti, il corsetto è di moda.
le giovani Io propongono, perché  subiscono il fascino di certe sottoculture, quali il dark, il gothic e il lolita. Nascono così corsetti di ogni tipo: alcuni ispirati alla moda vittoriana ottocentesca, altri più baroccheschi ricchi di fronzoli e quant’altro, addirittura v’è anche una larga produzione di corsetti in pvc per chi si sente un po’ fetish; e infine si hanno corsetti fuori da ogni schema con fantasie e stampe stravaganti.
Diventa un capo revival e va bene anche con i jaens o sotto una camicia.

Apepperosa__Donna-con-corsetto_gPerché proprio il corsetto?
Quando le donne se ne liberarono, fu un simbolo di emancipazione, di libertà. Finalmente potevano uscire da quella “gabbia di ferro”, indossare abiti sinuosi, morbidi e muoversi (respirare soprattutto) senza alcun problema. Donne libere da ogni costrizione.
Oggi le necessità sono diverse. Bene o male la donna ha raggiunto una certa emancipazione, non c’è più quell’impellente bisogno di libertà. Ognuna cerca di esprimersi al meglio. Ciò che sento io, indossando il corsetto, è la ricerca dell’eleganza, dell’abito perfetto. E’ una ricerca molto personale.

Perché CorsetBuskLgscegliere il corsetto?
Innanzitutto il corsetto ha una lunga storia, è stato indossato per secoli; quindi è possibile trovare una vasta gamma di stili diversi fra loro, ognuno ne preferisce uno rispetto all’altro e su questa base inizia a immaginare il corsetto dei suoi sogni.
Il più gettonato è chiaramente quello vittoriano e in genere le corsetterie propongono quest’ultimo. Per trovare corsetti perfetti, è necessario rivolgersi a sarte e stiliste private che applicano l’arte della corsetteria. Può essere costoso ma se amate il genere, vale la pena di farsene confezionare almeno uno. La bellezza del farsi cucire un corsetto è la possibilità di poter seguire passo per passo la sua creazione: dalla scelta dei tessuti (damascato, velluto, broccato, raso..) e dei colori, a quella degli inserti (pizzo, fiocchi), fino alla chiusura (alcuni corsetti si chiudono a nastro, altri coi busk).  Inoltre è possibile presentare a quasi tutte le corsetterie bozzetti o disegni del corsetto che si ha in mente.
Veniamo ai costi:  dipende dal corsetto che volete!  Il prezzo varia dal numero di stecche di ferro, dalla chiusura ( i busk costano di più), da quanti inserti vengono inseriti, se si tratta di uno stringivita (underbust) o un overbust e via dicendo. Ad ogni modo ormai il corsetto è così richiesto che le sartorie propongono prezzi più bassi, soprattutto per i giovani. E’ chiaro, se desiderate un corsetto vittoriano doc, il costo salirà notevolmente.
Quale  è dunque il vantaggio del corsetto? Il fatto che sia un capo  creato su misura per voi e secondo i vostri desideri. Sarà difficile trovare un’altra con un corsetto uguale al vostro. Inoltre il corsetto aderisce al corpo di ognuna in maniera differente in base alle forme e diventa unico.

Un altro appunto: diffidate dai corsetti a buon mercato, sono quasi tutti realizzati con materiali poveri e stecche di plastica. In poche parole non sono corsetti, non vale la pena di acquistarli.
Rivolgetevi sempre a sarte e corsetterie di fiducia, altrimenti se non ne conoscete alcuna, nel web è possibile trovare negozi online di ragazze che hanno appena avviato la loro corsetteria.

Infine non pensate che oggi il corsetto sia solo femminile: esiste anche quello al maschile, in genere eleganti gilet di raso con stecche di ferro, pronte a esaltare per questa volta le forme dei nostri uomini.

Interessante….


victriansmikaelsjpgNew Lolite

La scorsa volta, trattando dei corsetti, ho avuto modo di accennarvi di una subcultura giovanile: quelle delle lolite. Per chi non lo sapesse, la moda lolita nacque in Giappone, prendendo spunto dagli abiti vittoriani e da quelli per le bambole di porcellana, e non di meno subì il fascino del gusto Rococò.

La moda lolita si è poi evoluta così velocemente negli ultimi decenni che ormai si possono trovare decine di stili differenti (dal punk al wa lolita), anche se quelli imperanti sono lo Sweet e il Gothic Lolita: il primo più caramelloso propone abiti color rosa e azzurro confetto o bianco con variegate e fantasiose stampe di dolci, orsetti, fiocchi e chi più ne ha ne metta; il secondo meno fastoso del precedente e più vicino alla moda vittoriana, preferisce il look total black o black&white. A entrambi non mancano però merletti, pizzi, fiocchi, capellini ed headdress per arricchire l’outifit. L’elemento più curioso sono di certo le scarpe rigorosamente con zeppe e tacconi, se anche quelle hanno dei fiocchetti tanto meglio.

In Giappone quello del lolita è ormai un fenomeno quotidiano: girare per Tokyo col più ampolloso abito lolita che si possiede non desta alcuno sguardo incuriosito o stupito. Anzi esiste un quartiere apposito per le lolita e ogni genere di subcultura: Harajuku, la capitale delle lolite, offre decine e decine di negozi e in più ogni domenica sul ponte i giovani si riuniscono per sfoggiare i propri outfits.
Diversa è la situazione in Europa dove ancora le lolite vengono additate e destano curiosità, ma ormai questa moda si sta insinuando in fretta anche tra i nostri giovani e ben presto, almeno nelle città più grandi, dovremo farci l’abitudine.

La moda lolita è spesso e volentieri fortemente criticata: c’è chi la considera una cosa da sciocchi, da bambini; chi un modo per mascherarsi, per fingersi ciò che non si è, per farsi notare, per illudersi di potersi isolare dalla nostra realtà e vivere in un’altra.. in sintesi niente più delle considerazioni che di norma
ogni subcultura riceve. Probabilmente un fondo di verità c’è, ma non è di nostro interesse diagnosticare il perché i giovani rifuggano o meno nelle subculture.
Piuttosto è preferibile apprezzarne il dato estetico, esagerato o meno che sia, e sorridere magari per un momento.

Che male c’è poi nel voler assomigliare a una bambola di porcellana per un giorno? E se fosse anche per sempre? Certo, non è questa la chiave per la bellezza, ma non si deve escludere che forse, prima di suscitare fascino, lo si deve subire.

Il bello si comunica e a tratti è subcultura...a volte nasce così. Vedremo.....


Laura, Ayl Rose, studia all'Accademia di Brera.  Ha realizzato il logo di N...donna e di Modalogia.


Arriva Anna,anna studia Giurisprudenza All'Università degli studi di Bergamo e ama la filosofia. Avremo riflessioni interessanti da lei. leggete qui

Se volete, potete lasciare commenti nel libro ospiti;
l'esperienza di Anna fa riflettere, riguarda un tema che piace ai media. Per noi è un modo di raccontare la vita, di capire fino a che punto poter arrivare, cosa è giusto.....Potete dire la vostra scrivendoci, potete affrontare problemi simili insieme a noi. Potete chiedere la nostra consulenza

quote_di_genereil riequilibrio di genere , una speranza sempre più lontana.

l'Italia si colloca al 21 posto nel GEM (Gender Empowerment Measure (GEM), is a measure of agency. It evaluates progress in advancing women's standing in political and economic forums. It examines the extent to which women and men are able to actively participate in economic and political life and take part in decision-making) , indice che misura l'inserimento delle donne e degli uomini nei settori chiave nella vita economica e politica a livello mondiale ; conseguenza di una rappresentanza femminile del 16, 1 %.  Quasi stupefacente,  visto che la popolazione italiana è composta per il 52% da donne.
Ma il riequilibrio di genere è un problema risolvibile attraverso una corretta lettura della Costituzione , che ricordo , è la fonte regina del nostro ordinamento , per altro una delle più complete a livello mondiale . Così mi presto all'analisi di alcuni articoli attraverso cui tutto apparirà molto più chiaro :
Art 3 comma 2 : Uguaglianza sostanziale  ovvero "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" , da cui entrambi i sessi seppur nella loro diversità devono poter raggiungere gli obiettivi senza essere ostacolati .
art 48 : "Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico" , rimarcando per l'ennesima volta l'uguaglianza fra generi differenti.
art 51 : "Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge." Qui la spiegazione offenderebbe l'intelligenza del lettore.
Così nel 1995 vengono introdotte nell'ordine prima le quote rosa ( abolite dalla Corte Costituzionale in quanto discriminatrici e reinserite con nuova sentanza nel 2003 , per tamponare i bassi standard italiani) , poi le quote femminili cadute miseramente per lo stesso motivo ed infine le cosiddette quote di genere che non sembravano favorire nessun sesso ma semplicemente erano in grado di fornire un’equa ripartizione fra generi  appunto. Con la XV legislatura , che vedeva a capo della lotta per le pari opportunità  la ministra Prestigiacomo , si cerca di introdurre concretamente il riequilibrio nel sistema italiano  con scarsi risultati . L'idea è buona , ma come accade di consueto al sistema italiano manca qualcosa : siamo vittime della casualità e del gioco degli eventi. EVENTI  dico !
Non credo che la tematica da me affrontata  sia il problema principale all'interno del nostro Paese . Sono ben altre le questioni politiche che lentamente stanno portando l'Italia a scavarsi la fossa con le proprie mani .  Una lapide noi non ce la possiamo permettere! Tuttavia l'incapacità nel risolvere problemi scontati ed automatici come quello sulle pari opportunità ci dovrebbe far riflettere sulla manipolazione , la malavoglia ed il degrado del nostro attuale sistema politico.



napolitano-donna-oggettoCi siamo? …oppure no

Millenni di progresso e cosa è cambiato? Poco, davvero poco, credetemi. Nella nostra piena convinzione che la storia recente sia riuscita ad assimilare la donna in quanto tale e ad accettare le sue conquiste non ci siamo. Ma cominciamo dell’inizio, che una buona argomentazione vuole sempre la sua genesi e i suoi perché.

Eva, maledetta Eva, lei e la sua mela, lei ed il suo sesso debole, lei, aspide peccaminosa. Nel medioevo la polemica si inasprisce con Goffredo di Vendome, abate e umile servo di Papa Urbano II. Così scrisse a proposito della donna il vate del signore: “Questo sesso ha avvelenato il nostro primo genitore, che era anche suo marito e suo padre, ha strangolato Giovanni Battista, portato a morte il coraggioso Sansone. In un certo qual modo, ha ucciso anche il Salvatore, perché se non fosse stato necessario per il suo peccato, nostro Signore non avrebbe avuto il bisogno di morire. Maledetto sia questo sesso in cui non vi è né timore, né bontà, né amicizia e di cui bisogna diffidare più quando è amato che quando è odiato.” In contemporanea si apre la caccia alle streghe, generata da un’educazione sbagliata, misogina; loro potevano, erano illuminati dagli abbagli delle riforme. Ed ora accostiamoci alla storia più recente, nella seconda metà del 1900 arriva in Italia il movimento femminista, che lotta per la parità dei diritti e delle opportunità, mosso dal rifiuto verso ogni forma di autoritarismo maschilista che voglia imporre il proprio controllo sull’altro sesso. Come al solito arriviamo in ritardo; si pensi che l’origine della festa della donna risale all’8 marzo 1908 quando un gruppo di operaie statunitensi scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire che le operaie uscissero e ordinò di dar fuoco alla fabbrica. Missione compiuta. Festa concessa.

Parità dei sessi raggiunta, o no? Si apre un altro scenario, attualissimo, anche italiano: la donna oggetto; un’apparente libertà decisionale, che non esiste (vedi lavaggio del cervello fatto dai mass-media fin dell’infanzia, che però lede tutti di ogni sesso e genere).

Povere galline allo spiedo morte per nulla o forse solo per gli ideali in cui credevano. Quindi siamo passati dalla donna in catene alla donna in catene ora anche  a livello psicologico, che meraviglia! Perché tutto cambia e niente cambia: variano solo i modi,  i particolari: dal tu non puoi sognare, al tu puoi sognare ma bisogna pagare il pedaggio. Odio il moralismo e ritengo che ognuno sia libero di fare ciò che crede ma sempre nel rispetto dell’altrui libertà personale e di questi tempi quella delle donne non solo è stata palesemente messa in discussione ma anche lesa.



Generazioni sul filo!

Genitori e figli: lo stesso quadro da sempre?

il conflitto generazionale  genitori e figli, il dramma!
il genitore cerca sempre di educare il figlio secondo ciò che ritiene sia meglio per lui o ancora secondo gli errori fatti in passato, ma chissà perchè i conti alla fine della storia non tornano mai.
Tutti insoddisfatti. Il conflitto di interessi è inevitabile: " studia di più!" , "vai a prendere tuo fratello!" , "fai dello sport!" , " ma si può essere così pigri a vent'anni?" , " stai attenta che c'è il ghiaccio in strada , accendi i fari mi raccomando , non superare i 50 , che voi giovani avete l'acceleratore facile e poi finite all'ospedale! " ( tutte le volte , ora posso capire una o due , ma così è troppo pure per me!) , " non fare troppo tardi!" , "sì, sì… conosco gli usi e i costumi di voi nuove generazioni , fumate il nervoso , mangiate le unghie e bevete come dei primati! Arriverà la guerra anche per voi vaneggiatori viziati! " (…grazie papà ; non sapevo che i primati bevessero. Illuminante! Alla salute del primate ubriacone!) , " se vai avanti con questi ritmi di vita sballati, non arrivi a quarant'anni! " (che consolazione , mi ricongiungerò al tutto fra poco e non dovrò più soffrire della mia umana natura incompleta , son fortune!) e ancora dopo aver fatto il tatuaggio: " SEI UNA CONFORMISTA ! CONFORMISTA! " (applausi). Dal canto loro i figli sono altrettanto perspicaci nelle risposte : “ sì,sì. Lo farò” , “ non è un mio problema” , “ affari miei!” (omettendo la versione scurrile) , “ dopo , dopo…” oppure tacciono e forse quella è la soluzione migliore. Nulla in confronto al tentativo di argomentazione e di dialogo , lì se ne sentono delle belle ; un cinese e un indiano si capiscono di più , per lo meno a gesti :
“non capisco l’utilità di facebook ”
“sai , ci si sente con gli amici e più nello specifico puoi capire le diverse sfaccettature delle persone , se ti interessa ovviamente “
“secondo me lo usate solo per esibizionismo e per pigrizia , i rapporti virtuali non servono a nulla e non significano nulla!”
“non è esattamente così , vedi è un mezzo di studio e conoscenza , poi ovviamente dipende dall’uso che ne fai”
“scuse , tutte scuse e sciocchezze”
“ amen , sempre sia lodato!”
il motivo di tanto disappunto genitoriale va ricercato proprio nel diverso modo di approcciarsi alla vita nelle generazioni. C’è sempre ed inevitabilmente uno scetticismo di fondo verso la novità , il diverso , l’innovazione . Esiste un rimedio a ciò? A mio parere basterebbe che i genitori mantenessero la memoria di quello che loro erano stati  nel bene e nel male , di tutte quelle liti che si risolvevano nel nulla , proprio perché poi la “testa calda del figlio” si comportava comunque a sua discrezione. E va bene , talvolta sbagliando , ma non vi è nulla di più giusto. Invece la tendenza predominante è la chiusura , la mancata argomentazione e il cercare di prevenire l’errore. Al contrario bisognerebbe educare alle difficoltà , alle castronerie , permettendo così al figlio di agire liberamente , perché forti di un eccellente lavoro di addomesticamento. Così il nostro pulcino si troverà libero nel mondo ma saprà beccare nel momento opportuno , saprà trovarsi gli insetti e i semi con cui nutrirsi e soprattutto saprà SBAGLIARE CORRETTAMENTE. L’eccessivo protezionismo nei confronti della prole in ogni sua forma ; dal tabù sui discorsi sessuali , alla mamma - avvocato delle cause perse ; provoca necessariamente lo sviluppo di una persona immatura , incapace di agire nel mondo , spaesata di fronte alle avversità , AUTO – INSUFFICIENTE , inconsapevole ; un’ ingenuità tanto bella e altrettanto attaccabile. Non è facile certo e poche infatti sono le persone all’altezza di sostenere un compito difficile come quello del genitore e di portarlo al suo giusto e massimo compimento , tanto che il mio caso non è dei più disperati , la maggior parte dei miei coetanei devono sopportare situazioni molto più complicate della mia ; famiglie in cui l’imperativo categorico è “ OMERTA’” . La giusta educazione avrebbe detto Marx e il nuovo nucleo famigliare, che però trova la sua linfa in radici più alte e profonde: lo Stato , patrocinatore dei veri ideali e valori necessari per la vita dei singoli , un ‘utopia appunto . Ma se la colpa in fin dei conti non la si dà mai a nessuno , ciò non impedisce di salvare il salvabile con una maggiore consapevolezza dei singoli e dedizione al proprio “mestiere”. “ Io sono responsabile della mia rosa .“ ripeté il piccolo principe.


Cosa farò da grande

Terminata la scuola superiore , lo studente si ritrova come spaesato. In particolare il liceale generalmente è ben consapevole che il suo percorso di studi sarebbe poi proseguito in ambito universitario, visto che il mondo del lavoro per il liceale è un’utopia. Da qui il dramma , il ritorno all'infanzia ; cosa ti piacerebbe fare da grande? La classica domanda imbarazzante e le risposte lo erano altrettanto , oltre a possedere una fortissima componente ambiziosa; da grande farò la modella, la pediatra, la veterinaria.

Due sono le componenti essenziali che determinano la scelta: passione e sbocchi lavorativi , due elementi che ahimè sono spesso contrastanti.  Come dire: testa o cuore?
Certo vivere in Italia non aiuta davvero, poca meritocrazia (direi inesistente) e molti baroni , così le fiamme divampano e si è lì in balia dell' impossibilità dell'agire.
Io studio presso la facoltà di Giurisprudenza, seconda scelta, non avendo passato il test di Medicina; vorrei diventare magistrato ma sono ben consapevole che dovrò fronteggiare l'esame di Stato , dove i raccomandati la faranno da protagonisti ; GRAZIE!
In questi giorni ho visto molti giovani e non solo, scendere in piazza per un futuro migliore, per una professione stabile, per uno stipendio dignitoso; li ammiro molto anche se personalmente e a vent'anni è triste da dirsi , ho smesso di crederci.

Cosa farò da grande? Devo credere a un sogno, a una speranza. Intanto costruisco un bagaglio di saperi. Vediamo dove mi porterà.


La burocrazia universitaria : che passione !

Ho iniziato a frequentare da poco l’università e come ogni brava studentessa del primo anno devo combattere quotidianamente con le maledette scartoffie universitarie ; siano moduli d’iscrizione , di dichiarazione dei redditi o di frequenza ,  con le segretarie isteriche , gli orari improponibili , i ritardi sulle consegne , la caoticità del sito web ( non fosse per altro che ci si iscrive agli esami attraverso internet) e chi più ne ha più ne metta!

Nonostante tutto non posso lamentarmi , c’è chi sta peggio di me ; se infatti il mio coinvolgimento in materia nevrotica- accademica è per lo più limitata a quella dello studente ordinario ; fare ore di coda per ritirare il libretto perdendo così lezioni su lezioni e  per sentirsi dire “ non sono ancora pronti , ripassi domani” , manco fosse il gratta e vinci , vi parlerò di una mia amica ,  Francesca , trasferitasi quest’anno dall’università di Milano , non senza difficoltà ovviamente.

Frequentante l’anno passato scienze biologiche , decide che la sua strada non sarebbe stata quella , così secondo i termini prescritti e l’opportuna richiesta di trasferimento si iscrive presso la facoltà di giurisprudenza a Bergamo. Per tutta risposta le viene detto che essendo queste due facoltà antitetiche fra loro non bastava il trasferimento ma serviva la rinuncia che doveva essere effettuata presso la sede milanese. Così dopo un lungo andirivieni Milano – Bergamo  , Bergamo –Milano , tempo e denaro bruciati per l’incompetenza e la malavoglia , volete il risultato? “ lei è in attesa di conferma di iscrizione da parte del collegio docenti di metà Novembre” .  Questa è l’Italia , il paese in cui il volenteroso deve aspettare , perché non è figlio di nessuno , in cui si fanno slogan su di una meritocrazia inesistente , in cui anche una piccola realtà ,  quale quella universitaria , rispecchia a pieno il sistema che ormai dal dopoguerra sta trascinando  “i fuori casta”  in un abisso ; un paese di omertosi , un paese di svogliati , un paese di corrotti.


Il giudizio di Anna è divergente da quello delle sue coetanee. ma la questione è: ha ragione? lasciate commenti sul libro ospiti, aspettiamo le vostre critiche.

Quando essere donna

esiste veramente un'età in cui una donna può definirsi tale? e più genericamente in cui un uomo può dirsi compiuto , completo e pieno della sua essenza?
Sono gli anni a riempirci di saggezza? o piuttosto gli eventi? ovvero le caratteristiche innate , che nel corso della vita ci portano a preferire un comportamento piuttosto che un altro? e perchè non tutti?
Conrad scriveva nel suo celebre libro " la linea d'ombra" , cito testualmente , "Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dei giovanissimi . No.
I giovanissimi , per essere esatti non hanno momenti . E' privilegio della prima gioventù di vivere in anticipo i propri giorni , in tutta una bella continuità di speranza che non conosce pause nè introspezioni...quali momenti? Di tedio , di stanchezza , di scontento. Momenti di irriflessione.
Da qui la necessità di " lasciarsi alle spalle le ragioni della prima gioventù" e di superare il tanto sospirato confine ; quasi come in un viaggio nietzscheano alla scoperta di una realtà elitaria , sofferta e incompresa.
Dall'universale ritorno al particolare , esser donna a vent'anni ; ma che donna?
Consapevole , combattiva , fiera , sensibile , passionale , avventuriera , alla continua ricerca del senso della propria esistenza. Tutti aggettivi meravigliosi , non trovate?
Quante qualità , tutte in una sola persona! La possibilità di maturare , di poter scegliere con razionalità , di realizzare quei piccoli grandi sogni che ti porti dietro fin dalla prima infanzia .
L'avanguardia ; ma a che prezzo? Il passaggio prematuro da giovanissima a giovane , la perdita del velo di Maya , l'abisso del cinismo.

Troppo astratta? Vi racconterò una storia , la mia storia , tremenda e splendida , per alcuni forse scontata ; e lo sarebbe stata , dico , se non ci avessi ragionato e se gli eventi non mi avessero portato ad una nuova consapevolezza ; ecco che ritorna prepotentemente il connubio evento – innatismo , va detto perché paradossalmente se in questa situazione ci fosse stata un'altra persona e non la sottoscritta , il risultato sarebbe stato sicuramente diverso , così come se io  non avessi fatto quel percorso.

Scavo a ritroso nel tempo . Torno a sei anni fà ; solo due occhi , elemento essenziale , attraverso cui lui  , lo chiameremo l’innominabile ,  agiva su di me con una tale facilità da essere inverosimile.

Un professore ,  stimato , temuto e forse qualcosa di più. La classica storia di mobbing? Certo , se ci fermassimo all’apparenza ; andiamo oltre . Cosa voleva da me? Perché proprio io? Bhè cosa volesse lo posso solo immaginare.... di prove non ce ne sono , c’erano dei segnali tra l’ombra e la luce . Di certo il suo fine non era costruttivo ma distruttivo. La seconda domanda è quella da prendersi in considerazione con maggiore attenzione ; un segno? Può darsi o più semplicemente lo si può interpretare come un corso inevitabile , da quel momento in poi tuttavia la mia vita è cambiata e quel famoso perché ha continuato a riecheggiare nell’aria ; una persecuzione , una maledizione , una svolta , una nuova vita.  Quell’uomo ha rappresentato per me il dolore a la gioia , la rabbia e la serenità ; lui ha iniziato e la vita ha continuato. Partendo da questa prospettiva tutto , o quasi , appare molto più accettabile ; riconoscere il bello nella sofferenza è molto più complicato di quanto possa essere bearsi della felicita raggiunta , ma decisamente molto più appagante .

 Torniamo a noi.

Cosa mancava dunque in tanta potenzialità?
Il potere di attuarla concretamente. Così la nostra grande promessa si trova tutti i giorni a dover fronteggiare una realtà fuori da lei , che non le appartiene ; schematizzata , bigotta , ipocrita , mascherata..
Stare all'erta , conciliare all'azione il compromesso , essere accondiscendente con il mondo e per il mondo ; queste sono le prove , quelle le limitazioni.
Fare i conti con la vita ; pardite , guadagni  , sconfitte , vittorie. Miseria e nobiltà.
Una straordinaria varietà di colori , profumi ed emozioni in carne ed ossa accomunati dall'armonia degli opposti , che si incontrano , scontrano , attraggono e respingono.
Non esiste il bene tantomeno il male , ciò che grava e agisce è la necessità , senza nulla togliere a nostra signora Morale!
Beati i soddisfatti!
Ecco la nostra faschionlover Fede  fede

Conosce la moda quasi come i suoi capelli e vi assicuro, li cura alla perfezione. Fidiamoci dei suoi consigli per una moda, non solo da vedere ma anche da indossare. L'immagine e la cura di noi passa dalla moda e non nonostante la moda. Basta farla diventare nostra.

Baciami piccina!

Continuano i consigli per sfoggiare un trucco impeccabile, chic e facile!

Le labbra sono la cornice del sorriso e, come tali, meritano la giusta attenzione. Colore, texture e stesura del rossetto devono essere adatti alla situazione e al make-up nel suo complesso, ma la regola imprescindibile è quella di avere labbra sane. L’idratazione è fondamentale, soprattutto d’inverno, quando il freddo e il vento tendono a seccare e tagliare la pelle, che è particolarmente delicata. Per questo è buona cosa portare sempre con sé un burro di cacao, possibilmente neutro, con un sapore e un colore non troppo invadenti. Spesso, infatti, capita che, applicandolo di fretta mentre si cammina, si prende il treno, si segue una lezione, ci si dimentica che è colorato e si rischia di sembrare un clown. Se si soffre di particolari patologie, come herpes, è bene evitare il rossetto, poiché potrebbe compromettere la guarigione o irritare la pelle.

Per un maquillage da giorno, per andare da scuola o per altre occasioni informali consiglio di lasciare le labbra al naturale. Al massimo si può applicare un rossetto molto cremoso, senza brillantini né colori vivaci, ma che si adatti al colore naturale delle labbra. Una punta di gloss al centro delle labbra darà volume e brillantezza senza eccessi. Per un aperitivo con le amiche o per lo shopping si può puntare su rossetti matmat, a lunga tenuta, che resistano a drink e stuzzichini. Esistono delle basi fissanti molto valide che permettono a qualsiasi rossetto (ad esclusione dei gloss) di durare molte ore. Eviterei comunque colori troppo accesi (rosso ciliegia) o troppo freddi (rosso violaceo), perché sono molto difficili da gestire se si resta fuori molto. Pesca, mattone, rosa sono colori molto femminili, caldi ma al tempo stesso discreti. Per una serata speciale, se si decide di mettere in risalto il sorriso (denti bianchi, sani e curati sono un obbligo!), si può osare di più. La regola vuole che se si truccano intensamente gli occhi, la bocca debba rimanere “nature” e viceversa ma io credo che, scegliendo abbinamenti di colore corretti, si possa dare il giusto risalto ad entrambi. Un rossetto rosso fuoco sta bene sia con occhi neutri, giusto con un tocco di ombretto dorato, sia con occhi da pin-up, ovvero contornati da uno spesso tratto di matita nera, molto nitido. La differenza evidente sta nella nostra abilità: un ombretto dorato è semplicissimo da stendere, la matita nera molto meno e l’effetto “panda” è alle porte. Ma, come stendere un rossetto? Le labbra devono essere lisce e idratate. Per eliminare le pellicine si può usare uno spazzolino da denti a setole morbide, e usarlo per massaggiarsi uno scrub a base miele e granelli di zucchero di canna (ovviamente non riutilizzare lo spazzolino!). Successivamente bisogna ridefinire il contorno labbra. Abolita la matita scura (bordeaux o nera). La matita per il contorna labbra deve essere dello stesso colore naturale delle vostre labbra o neutra, mai più scura! Se avete le labbra sottili   (come me), non cercate di ampliarle andando oltre il vostro naturale perimetro. Solo i truccatori esperti sono in grado di farlo bene e anche le labbra sottili, se ben truccate, hanno il loro fascino. Il rossetto in stick andrebbe steso aiutandosi con un pennellino, in modo da raccogliere la giusta quantità di prodotto e riuscire ad applicarlo anche negli angoli della bocca. Si procede per piccoli tocchi di colore: dal centro sfumando verso l’esterno. Il colore deve essere omogeneo, ma non eccessivo. Per togliere gli eccessi si può prendere un pezzo di carta assorbente, aprire la bocca e richiuderla delicatamente su di esso. In questo modo si eviterà di sporcarsi i denti di colore! Se il rossetto è mat, ovvero molto coprente, poco cremoso e per niente lucido, si può renderlo più cremoso mescolandolo con un po’ di burro di cacao. Se scegliete un gloss dovete ricordarvi di ristenderlo parecchie volte, poiché non regge molto, inoltre sarebbe meglio evitare colori troppo vivaci, spesso proposti per le ragazzine ma ridicoli addosso a donne più mature. Un consiglio: se volete che il vostro rossetto duri di più, quando mettete il fondotinta, passatelo anche sulle labbra, farà da base e legante per il colore. Infine potete passarci sopra uno sbuffo di cipria trasparente, per far sì che non macchi e non sbavi, ma attenzione perché, anche se invisibile, altera sensibilmente il colore. Colore di questa stagione? Io proverei il rosa corallo. Magari abbinato al blu. gloss

Alla prossima con…sguardi da gatta!

truccoUn buon trucco

D’inverno, in città, il make up non deve essere solo bello, ma deve fare anche bene! Questo perché  il freddo, l’umidità e, soprattutto, lo smog, aggrediscono la nostra pelle in modo continuo. Il freddo secca la pelle, facendoci perdere lo strato protettivo superficiale ed esponendo gli strati inferiori, più sensibili, all’aggressione delle sostanze nocive presenti nell’aria. Quindi la prima regola è idratare! ma, spesso, proprio con le creme idratanti si compiono degli errori, nella falsa convinzione che “una vale l’altra”. Chi ha la pelle particolarmente sensibile e disidratata deve scegliere lozioni nutrienti ma che non soffochino i pori della pelle, mentre chi ha la pelle grassa spesso non usa creme idratanti, credendo di peggiorare la situazione, ma questo è un errore! La pelle grassa va trattata con creme leggere, a base acquosa, che si assorbano velocemente, magari contenenti agenti antibiotici naturali (ad es. l’ aloe vera) che calmino l’arrossamento. Infine le pelli miste( zone secche alternate a zone grasse), devono scegliere creme apposite, magari applicando prima un tonico uniformante, cioè una crema che riequilibra la superficie del viso. In particolar modo questi tonici sono consigliati per difenderci dallo smog, poiché ne esistono formulazioni specifiche che catturano i metalli pesanti e le particelle dannose. (Funzionano veramente, la sera il batuffolo di cotone non è più nero!). dopo aver creato una buona base idratante e protettiva, via al divertimento, ovviamente senza esagerare, non vogliamo sembrare dei clown metropolitani. Il fondotinta deve essere dello stesso colore della pelle, al massimo un tono più chiaro, ma mai più scuro! Il fondotinta, come dice la parola, è la tela su cui aggiungere successivamente colori e luci, e deve essere chiara e delicata. In crema, liquido, minerale, compatto, ne esistono tantissime varianti e la scelta è soggettiva. Il fondotinta va fissato, soprattutto se deve durare un’intera giornata, e ciò può essere fatto con una cipria (trasparente, beige, rosata) se si è molto chiare di pelle, o con la terra se si è più scure. Con quest’ ultima, mi raccomando, attenzione! La tentazione di avere un viso abbronzato anche a dicembre è forte, ma il risultato sarà altamente inverosimile e ridicolo. Dopodiché bisogna procedere al “contourning”, termine stranissimo che significa semplicemente dare forma al viso, poiché fondotinta e cipria l’avranno reso sì levigato e omogeneo, ma anche piatto, senza ombre, come una maschera. Bisogna quindi applicare il fard, o blush, sulla zona zigomatica. Quale colore? Il pesca sta bene a tutte, come tutti i rosa naturali, aboliti i colori fluo (fucsia) o troppo scuri (mattone). Per applicarlo correttamente serve un pennellone tondo e morbido, un bel sorrisone per evidenziare le gote e tanta sfumatura (niente palline di Heidi!). Le truccatrici professioniste usano la terra e di pennelli piatti per scurire le tempie, le mascelle e il mento, ma è molto complesso se non si è più che bravi. Per noi comuni mortali è meglio limitarsi a un tocco di cipria illuminante sulla fronte, sulla punta del nasino e sotto gli occhi!

Per quanto riguarda occhi e labbra, alla prossima “puntata”!

p.s: per vedere una vera esperta vi consiglio di sbirciare il canale di YouTube di “cliomakeup”, una bravissima e simpatica truccatrice italiana che dà consigli pratici e semplici nei suoi tutorial.



A lezione…di stile!

L’anno accademico è appena iniziato, ma,quando si parla di stile, bisogna portarsi avanti, non vogliamo certo diventare delle “studentesse universitarie tristi e solitarie”.

Lo stile non va mai trascurato, anche, e soprattutto, nella vita quotidiana. Anche nel mondo universitario, dove si coltiva principalmente l’interiorità delle persone, non bisogna dimenticarsi che il nostro aspetto esteriore, le cosiddette apparenze, sono fondamentali. In questi casi bisogna ingegnarsi nel conciliare praticità e stile, semplicità e frivolezza, utile e dilettevole. Ma, esistono capi comodi e fashion? Certo, basta saperli cercare. La prima e più semplice regola è ispirata a un ortaggio poco stiloso ma molto furbo: la cipolla. Quante volte avete sentito dire che bisogna “vestirsi a cipolla”? E’ un concetto semplice ma fondamentale quando si rimane fuori casa per giornate intere e si passa da ambienti diversi (treno, parco, aula, metro…). Il problema è abbinamento corretto di tessuti, volumi e colori. Una scelta azzeccata è composta da un semplice dolcevita in cotone elasticizzato, abbinato a un maglioncino leggermente lungo sui fianchi (preferibilmente un modello con i bottoni o con la zip, in modo da sfilarlo senza spettinarsi e sbavarsi il trucco) il tutto ton sur ton. Per le più sportive la classica felpa è sempre una buona scelta, purché arricchita con dettagli preziosi, o bottoncini romantici, in modo da evitare l’effetto “tuta da ginnastica”. Proprio parlando di tute, queste, negli ultimi tempi, sono state utilizzate molto di più.

I modelli più carini sono quelli in ciniglia ma bisogna scegliere dei colori il più possibile eleganti come vinaccia, blu notte, verdone o il classico nero, poiché i colori sgargianti sono decisamente trash. Personalmente sconsiglio anche i tessuti tecnici, come l’acetato, poiché troppo sportivi. Per le più chic camicetta e maglioncino sono un abbinamento perfetto anche se meno pratico. Con questi look si rimane al caldo e non ci si “infagotta”, e si può portare con tranquillità un bel piumino caldo o una mantella/cappa(sono di gran moda quest’inverno) senza sembrare dei pupazzi di neve. Il classico jeans è sempre vincente ma si possono anche scegliere tessuti diversi e colori particolari, per dare carattere a un capo molto inflazionato. E la gonna? Come pezzo singolo la sconsiglio perché se ne trovano o di troppo corte(quelle bellissime a vita alta è meglio lasciarle al weekend) o troppo lunghe e ingombranti. Una soluzione per chi adora mostrare la gambe sono i vestiti di maglia, lunghi al punto giusto, molto femminili e confortevoli, in quanto non stringono e non segnano. Ovviamente vanno indossati con le calze adatte. Se il vestito è lavorato o molto colorato, scegliete dei collant coprenti(è inverno e siamo a scuola), tinta unita, senza lavorazioni particolari. Se l’abito è semplice si possono azzardare colori più caldi o lavorazioni a rombo, a lisca di pesce ecc. Banditi i collant color carne e i leggings effetto pelle, pena la morte!

La differenza la fanno gli accessori, indispensabili in città. Le giornate invernali sono spesso piovose e quindi si rendono molto utili degli stivali di gomma. Già da un paio d’anni vengono proposti in molti colori, quindi trovarne un paio carini e comodi non è difficile. Un consiglio è quello di scegliere i modelli rivestiti di tessuto internamente e, possibilmente, traspiranti. per i giorni di sole si può scegliere un bel paio di mocassini scamosciati, o delle ballerine invernali (più coprenti sul collo del piede e con suola in gomma). Il classico stivale basso di tacco e alto sulla gamba è sempre ben accetto. Intorno al collo non  può certo mancare una sciarpa o un bel foulard, indispensabili contro il freddo e veramente chic se scelti e indossati bene. Guanti e copricapi vari sono must della stagione invernale ma il “togli e metti” è molto noioso. Quindi bisognerebbe limitarne l’uso ai giorni veramente gelidi. Sembrerò banale e magari petulante ma, vi assicuro, che in un solo mese di università ho notato molti errori di stile, tanto semplici da evitare, tanto, ma altrettanto facili da commettere!

Quindi, tra studio e fatica, i consigli della Fede non avanzano mica ;)

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A.I. 2010/2011: I trends di una stagione appena iniziata

Di Federica Silini

Urban beduins

Il ricordo delle notti d’oriente non vi ha ancora abbandonate? Il grigiore delle città vi fa rimpiangere le sabbie dorate di atolli lontani?

No problem ladies, la moda si fa utile, oltre che dilettevole, portando nei nostri armadi quello che è stato già definito “il nuovo nero”: il cammello. Avete capito bene, il vello dell’esotico animale, declinato in moltissime nuances, dal beige alle terre bruciate, dominerà la scena della stagione fredda. Si tratta di una tonalità versatile, che molto bene si adatta a diversi tessuti e tagli, dal classico cappotto in lana alla morbida pelle di stivali, borse e microabiti fascianti. Il cammello, infatti, sa anche essere sexy(potrebbe sembrare strano) e riesce ad esaltare anche gli incarnati più diafani, donando calore e sensualità alla figura femminile di tutte le taglie.

Qualche consiglio per indossarlo? L’abbinamento più semplice è col nero, ma non rifugge nemmeno il bianco, il marrone, il grigio e, perché no, colori fluo, come l’arancione o il rosso corallo. La scelta migliore, però, è quella del tono su tono, giocando magari con l’accostamento di tessuti e lavorazioni diverse. Essere chic sarà un gioco da ragazze grazie a questa calda tonalità che, almeno per una stagione, minerà il predominio black’n’white.

 

 

Il fascino della tradizione

Se per anni vi siete sentite in colpa per quel folkloristico maglione scozzese che indossate solo quando il freddo è terribile, o per quel morbissimo ma imbarazzantissimo poncho pieno di fiocchi di neve che giace nell’armadio, è tempo di rivalutare i vostri sentimenti. Gli stilisti, forse presi da un’ondata collettiva di nostalgia, hanno deciso di rispolverare (letteralmente!) quelle stampe e decorazioni molto folkloristiche e tradizionalmente invernali che per molto tempo erano state considerate “out”. Sarà il nuovo trend del riciclo, del vintage, dell’armadio della nonna che diventa un forziere di tesori più che un ricettacolo di naftalina, fatto sta che ricevere un maglione di tartan o, meglio ancora, un fantastico cardigan stile “babbo natale” non sarà più imbarazzante ma gratificante. Abbandonati, in parte, i tessuti tecnici rubati alle piste da sci, i fashion designers hanno riscoperto la praticità, la morbidezza e la femminilità di tessuti naturali, di lane spesse, tessute con maestria. Lungi dal proporvi un completo in loden trentino, consiglio di sperimentare questo nuovo trend in tutte le sue forme, dal bianco e nero, ai toni caldi del rosso, al raffinatissimo bianco e beige....o del verde!!!

Perfetto per maglioni e maglioncini, si sposa anche con gonne svasate, borse morbidissima tracolla, pantaloni a sigaretta e persino stivali pelosissimi! memine-autunno-inverno-2010-2011-memine-fall--L-1-175x130

L’essenziale è visibile agli occhi

Come si sa, la moda è fatta principalmente di idee, colori, spettacolo e, spesso, frivolezza. Nonostante questo mantiene un ovvio e fortissimo legame con la realtà e con la società che ne costituisce il mercato. La violenta crisi che ha colpito l’intero sistema economico mondiale ha portato a un rovesciamento dei costumi, a una nuova tendenza, questa volta dettata dai consumatori e non dagli stilisti: la semplicità. Il sistema moda è stato fortemente leso dal crollo dei consumi e dal calo del consenso, alimentato dall’evidente discrepanza tra sfilate sfarzose e negozi vuoti, anche in periodo di saldi. Ecco che, quindi, la creatività che per anni aveva partorito capolavori futuristici, azzardati, lussuosi e scintillanti, ha dato prova di un’ulteriore abilità: la semplificazione. Modelle algide fasciate in abiti semplici, lineari, perfetti in eleganza e sobrietà.

Colori pieni, senza sfumature ardite, superfici piane, senza fronzoli, pendenti o decori. Tessuti morbidi che rendono protagonista la rifinitura che, in assenza di artifici, deve essere perfetta. La qualità sovrasta la quantità, la sartorialità torna ad essere al centro dell’attenzione, spogliata di qualsiasi schermo protettivo paillettato.

La moda continua ad essere frivola, volubile, opulenta e spettacolarizzata ma, almeno, tenta di avvicinarsi ai bisogni di una società in bilico tra abitudini consumiste e nuove necessità di risparmio.

JIMMY-CHOOby J. Choo

By Moda: Qui la Fede ha risentito dell’influenza filosofica del sito…Tradotto vuol dire: compratevi un bel tubino, non sbagliate mai!!!




 


 

Riflessioni e creatività vi accompagnano in queste pagine

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